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Perché la politica non piace più

Prima nelle Marche, poi in Calabria e poi, probabilmente, nel tempo che verrà. In Campania come in Veneto. Scrivo dell’astensione alle urne elettorali. Si va di male in peggio. Per la partecipazione è un momento molto triste. E’ il segno che la politica non piace più. I motivi della delusione sono molti. Certamente incide il fatto che chi occupa le istituzioni, i centri del potere, non è in relazione con i bisogni della società. Il fenomeno dell’astensione non è nuovo, viene da lontano e comunque man mano che la crisi della rappresentanza si è acuita si è innalzata la percentuale dei cittadini al non voto. Dentro questo fenomeno preoccupa la “diserzione” di gran parte del mondo giovanile che ha sostituito la partitocrazia con l’associazionismo in cui vive e cresce bene il confronto e dialogo con quella leggerezza della partecipazione collettiva i cui valori un tempo erano proprio della politica che si esercitava attraverso i partiti. C’è da dire che lo sfrenato individualismo alla ricerca del potere ha accantonato, e talvolta azzerato, quei valori su cui, dopo la disavventura fascista, era nata la democrazia e con essa la Costituzione. In realtà, prendendo in prestito il pensiero di Roberto Ruffilli, illustre costituzionalista e ascoltato con successo dalla buona politica, la società si interpreta secondo il ruolo svolto dal cittadino che è arbitro nel raggiungimento del bene comune. Ora, senza voler demonizzare il potere, quando esso riflette la soluzione di bisogni individuali, è bene tenere conto che se il potere viene esercitato nell’esclusivo interesse della cattura del consenso di parte, escludendo la partecipazione dei più, il risultato non può che non essere deludente.

Qui si inserisce una riflessione sulla classe dirigente a tutti i livelli e il ruolo che essa ha svolto e svolge nel generale interesse delle comunità. Non è necessario avventurarsi in situazioni poco note, soffermandoci, invece nel nostro Mezzogiorno ove persistono elementi che connotano la crisi della partecipazione politica: clientelismo e trasformismo, denunciati con grande ostinazione dal nostro Guido Dorso, sono la radice del male. Che questo stato di cose prevalga ancora oggi lo si registra in occasione della campagna elettorale per il rinnovo delle cariche istituzionali della Regione Campania. Chi si accinge a presentarsi candidato non lo fa esponendo le sue intenzioni in base ad un programma che privilegi il territorio e i suoi bisogni, ma rapinando il consenso in quelle periferie dimenticate o coinvolgendo le persone nel godimento populistico molto spesso utile a distrarre loro dalla complessità dei problemi. Questo agire irresponsabile da parte di soggetti che solo relativamente sono espressione dei partiti, che utilizzano solo come strumento per il potere individuale o di gruppi organizzati, sollecita una partecipazione malata che insidia la democrazia. Detto in breve: il cittadino non è arbitro di niente, ma diventa inconsapevole soggetto che con il suo non partecipare alimenta il malessere sociale.

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Gianni Festa

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