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Quando l’ospedale dimette ma lo Stato non prende in carico

di Franco Fiordellisi *

L’Italia sta diventando rapidamente uno dei Paesi più anziani del mondo. Non è una previsione lontana: è una realtà già visibile nelle corsie degli ospedali, nelle case delle famiglie e soprattutto nei territori più fragili del Paese. È qui che emerge una contraddizione profonda del nostro sistema sanitario e sociale: quando l’ospedale dimette, spesso lo Stato non prende realmente in carico le persone fragili.Negli ultimi mesi mi sono trovato direttamente coinvolto in alcune situazioni concrete di anziani ricoverati e poi dimessi dal Moscati di Avellino e da ospedale Melfi (Pz) . Esperienze diverse ma con lo stesso esito: una volta usciti dal reparto, i pazienti e le loro famiglie si ritrovano sospesi in una terra di nessuno. Il copione è ormai ricorrente. L’ospedale dimette il paziente – spesso con condizioni cliniche complesse, terapie articolate, medicazioni quotidiane e controlli continui – ma la presa in carico territoriale non parte immediatamente. Si crea così un vuoto che può durare giorni, talvolta più di una settimana In questo tempo sospeso le famiglie restano sole. Figli e parenti si improvvisano infermieri, gestiscono terapie e assistenza quotidiana. Molte famiglie sono costrette a ricorrere ad assistenza privata, spesso costosa e talvolta irregolare, perché il servizio pubblico non riesce ad arrivare con la tempestività necessaria. Non è una scelta delle famiglie. È una necessità imposta dalle lacune del sistema. Tutti parlano di Assistenza Domiciliare Integrata, ma troppo spesso questo strumento resta più una formula organizzativa che un servizio realmente funzionante. Quando un paziente fragile viene dimesso, la presa in carico dovrebbe essere immediata: infermieri domiciliari, operatori socio‑sanitari, fisioterapia e monitoraggio clinico. La realtà è diversa. Mancano operatori socio‑sanitari, manca personale territoriale e mancano servizi strutturati per la non autosufficienza. Gli stessi ospedali sono organizzati per la fase acuta della malattia, non per la gestione della fragilità. Molti anziani durante la degenza perdono rapidamente autonomia e tono muscolare perché restano allettati troppo a lungo.Ma c’è un elemento che rende tutto questo ancora più drammatico: la condizione delle aree interne.La provincia di Avellino conta oggi poco meno di 400 mila abitanti ed è uno dei territori più anziani d’Italia. In molti comuni dell’Irpinia gli anziani sono più del doppio dei giovani e l’età media supera i 47 anni. All’invecchiamento si aggiunge un progressivo declino demografico: nei prossimi decenni il territorio rischia di perdere decine di migliaia di abitanti.A questo si somma l’emigrazione dei giovani. Da anni migliaia di ragazzi del Mezzogiorno lasciano questi territori per lavoro o studio. Il risultato è evidente: proprio dove cresce la fragilità sociale e sanitaria, il sistema pubblico è più debole e le famiglie sono sempre più sole.Per anni si è cercato di raccontare l’invecchiamento con la formula rassicurante della cosiddetta “silver economy”. Ma questa narrazione nasconde la realtà. Non siamo di fronte soltanto a nuovi mercati legati alla terza età. Siamo di fronte alla crescita strutturale della non autosufficienza e della cosiddetta quarta età, quella degli ultraottantenni. La risposta delle politiche pubbliche resta insufficiente. La riforma nazionale sulla non autosufficienza è partita con risorse limitate e senza una vera trasformazione dell’assistenza territoriale. Il PNRR ha previsto investimenti su case e ospedali di comunità, ma non ha affrontato fino in fondo il nodo decisivo: il personale e la continuità assistenziale. Nel frattempo il dibattito pubblico si concentra sempre più sull’aumento delle spese militari, mentre le risorse destinate al welfare e alla cura delle persone fragili restano largamente insufficienti. Se a questo scenario si aggiunge il processo di autonomia differenziata senza livelli essenziali delle prestazioni realmente finanziati, il rischio per le regioni del Mezzogiorno è evidente.La non autosufficienza non può essere considerata una questione privata delle famiglie. È una grande questione pubblica che riguarda la dignità delle persone e la tenuta sociale del Paese. Servono scelte politiche chiare: rafforzare la sanità pubblica territoriale, assumere operatori socio‑sanitari, garantire continuità reale tra ospedale e assistenza domiciliare e investire seriamente nei servizi per la non autosufficienza, dando dignità retributiva al personale. Perché quando lo Stato-Pubblico arretra, tutto ricade sulle famiglie. E quando anche le famiglie non riescono più a reggere questo peso, nelle aree interne il rischio diventa una progressiva desertificazione umana e civile dei territori

*già segretario provinciale Cgil

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