di Virgilio Iandiorio
I protocolli del notaio apostolico Pietro Picone, vissuto nel XVII secolo, sono conservati presso l’Archivio di Stato di Avellino e collocati nella serie dei notai di Atripalda. Il nostro notaio, però, non era di Atripalda, ma era parroco di San Barbato, a quel tempo “universitas” (comune) distinta da quella di Manocalzati, di cui oggi è frazione.
La presenza della famiglia Picone in Manocalzati-San Barbato è attestata già nel secolo XVI. Nella chiesa parrocchiale di San Marco Evangelista di Manocalzati la cappella dell’Assunta era loro jus patronato. Per non parlare di tanti altri personaggi della stessa famiglia che si distinsero nelle attività forensi.
Come si sa, i notai redattori e depositari della fede pubblica furono considerati anche i legittimi conservatori. La formazione di “archivi notarili” risale a questa forma di conservazione curata dagli stessi notai, i quali avevano, fra l’altro, anche il diritto di alienarli. A mano a mano che se ne avvertì la necessità furono istituiti archivi notarili pubblici, ai quali i notai erano tenuti a versare gli atti stipulati, raccolti in registri rilegati, denominati protocolli.
L’insieme dei protocolli di atti redatti dallo stesso notaio costituiva la scheda. Gli archivi pubblici destinati a riceverli e a conservarli furono denominati archivi notarili.
Pietro Picone ha la qualifica di notaio apostolico, che, stante le disposizioni del Regno di Napoli, vedeva limitata la sua attività alle sole scritture “inter personas ecclesiasticas”, vale a dire riguardanti relazioni giuridiche tra ecclesiastici. Non erano certamente rari i casi in cui, su richiesta di clienti non ecclesiastici, il notaio apostolico rogava, in qualità di pubblico ufficiale, atti che godevano di valore giuridico, in parole povere simili a quelli redatti dai notai di nomina regia.
La scheda del nostro notaio riporta sul frontespizio queste indicazioni: Testamenti et scritture fatte dal Molto Reverendo don Pietro Picone Notare Apostolico Arciprete di Santo Barbato et doppo Primicerio della Collegiata d’Atripalda, consegnatemi dal Magnifico Carlo d’Angiuoni suo herede et nepote, acciò l’ havesse registrati ut intus (come riportato nella documentazione depositata) et conservati per me totore Giordano Gaita di Montefredano. Atripalda a 15 aprile 1674.
Si tratta di atti rilegati in un volume di circa 104 carte numerate, che contengono dal foglio 1 al foglio 16 testamenti o disposizioni testamentarie di cittadini di Manocalzati, di San Barbato e di Serra; dal foglio 17 al foglio 107 i testamenti riguardanti cittadini di Atripalda.
Il primo atto riportato è datato 1647, quando il nostro notaio era arciprete della parrocchia Santa Maria Assunta di San Barbato. Un anno molto importante per la storia del Regno di Napoli, perché ebbero inizio i moti insurrezionali (Domenica 7 Luglio 1647) quando Masaniello e suo cugino Maso, inscenarono una ribellione contro le sempre più pressanti gabelle sulla frutta. Ma l’eco della sommossa non giunge negli atti del notaio Picone.
Di un altro avvenimento importante, per le sue gravi conseguenze, troviamo diversi riferimenti negli atti rogati da Don Pietro Picone: la peste del 1656. Egli all’epoca era in Atripalda, primicerio della Collegiata.
Le volontà testamentarie di cittadini di Atripalda raccolte in questo periodo dal notaio apostolico ci illuminano sui comportamenti degli uomini all’appressarsi del morte.
Il 23 maggio 1656 il barone Marco Antonio Bello senior “vedendo il contagio va avanti, sano di corpo e di mente fa questo suo ultimo noncopativo testamento”. Il testamento nuncupativo era un testamento orale (per nuncupationem) e consisteva in una dichiarazione compiuta davanti a testimoni con la quale il testante conferma di voler fare testamento, rinviando per il contenuto delle disposizioni testamentarie, al documento scritto che non legge ai testimoni. Motivi di segretezza o di riservatezza, ma a quei tempi non c’era il garante della privacy!
Dopo le disposizioni per gli eredi, il barone Bello senior così prosegue: “Lascia che venendo a morte il suo corpo sia sepellito nella cappella suo Jus Patronato dentro la Chiesa di S. Hipolisto…o non potendo essere sepelito in detta Chiesa morendo di contagio sia sepellito nella Chiesa di san Giovanni Evangelista suo Jus Patronato”.
Un altro testamento rogato il 10 luglio sempre del 1656 è di un religioso, Don Lodovico di Terra di Lavoro, il quale “considerando il stato del huomo essere fragile e caduco et che necessariamente bisognasi morire in particolare in questi tempi contagiosi”, istituì eredi universali i suoi nipoti. Ma si preoccupò anche della giusta collocazione delle sue spoglie mortali. “Lascio il mio corpo sia sepelito in quello loco che si potrà nella fossa delli preti o altro loco”.
Il giorno dopo, 11 luglio, Don Lodovico ci ripensò e, sempre lasciando eredi universali i suoi nipoti, donò “al Reverendo collegio della Tripalda docati 50 con peso che ne habbiano da celebrare quattro anniversari l’anno”. Per quanto riguarda il luogo della sepoltura voleva che il suo corpo “sia sepelito nella sepoltura delli reverendi Preti dentro la Collegiata di Santo Hipolisto di detta Terra o vero dove meglio si potrà”.

