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Quanta complessità, quante semplificazioni dietro una piccola locuzione, nel racconto di un Mezzogiorno allo sbando, con le sue incertezze, le sue sofferenze, le sue disillusioni, nell’intraprendere un cammino nuovo, non ancora chiaro, delineato nell’orizzonte confuso di una storia ancora tutta da dipanarsi.

Riproporre un racconto del Mezzogiorno, fare una narrazione di quella che oggi è una terra che vive una lacerante crisi, non è impresa semplice ma certamente rappresenta una sfida affascinante per i risvolti che potrebbe svelare, ora forse nascosti tra le pieghe di un presente che è perenne transizione ma che finalmente potrebbe rivelarsi preludio al “nuovo che dovrebbe nascere”. Non tutto sembra perduto. Certo, sembrano sparire luoghi, rimescolarsi “le carte geografiche” di territori, di paesaggi in cui sono sedimentate, iscritte le stesse radici culturali e sociali di un popolo, voce ormai scomparsa dal vocabolario politico-culturale della modernità.

La crisi economica è stata violentemente “invasiva”, non ha risparmiato nessuno, e sta cambiando letteralmente le esistenze, “desertificando” non soltanto interi territori che oggi si ritrovano deprivati di tutto, con la sola ferraglia arrugginita di fabbriche ormai dismesse, lasciata lì come relitti di guerra in uno scenario da campo di battaglia, ma anche le coscienze di chi soprattutto già viveva un disagio sociale diffuso come chi si trova al Sud.

Le tensioni sociali che ne sono seguite hanno determinato in profondità, all’interno del tessuto sociale del mezzogiorno, una totale sfiducia in quella politica colpevole di aver “sterilizzato”. inaridito qualsiasi visione di futuro.

Ma la crisi ha anche fatto sì che si cominciasse a riscoprire alcuni valori fondanti la nostra cultura, quei valori della cultura contadina di cui oggi si sente forte il richiamo e che per lungo tempo è stata lo stigma di un’identità. La riscoperta dell’essenziale, che ha assunto il volto teorico della decrescita, la riscoperta del bene comune, dei “beni comuni” in quanto patrimonio collettivo non-mercificabile, si legga alla voce acqua, di cui l’Irpinia è grande giacimento, importante bacino idrografico meridionale di una risorsa strategica.

Dunque la riscoperta delle radici identitarie, in qualche modo, ha fatto riprendere un cammino, avviato sì da poco, ma che è già significativo di un nuovo “comune sentire” che per il Sud potrebbe preannunciare l’atteso risveglio, il rilancio di un territorio per lunghi tratti apparso agonizzante.

Al Sud c’è chi ancora prova con caparbietà a parlare di ambiente, di rilancio del territorio, di rinnovamento della classe dirigente. E se c’è chi colpevolmente ha fatto disamorare i suoi abitanti da questi luoghi, da questo paesaggio, dall’Irpinia come da altri pezzi di Meridione, c’è ancora chi continua ad amare questa terra, c’è ancora chi difende questo Sud. Chi ancora coltiva il sogno di riappropriarsi delle piazze, delle chiese, delle comunità, delle campagne, proprio così. Perché questo appare il nodo fondamentale: riappropriarsi del proprio futuro, riscrivere il proprio destino. Dopo decenni di stupro paesaggistico e amministrativo, dopo anni e anni di cultura clientelare familistica corrotta, è ora di “ricostruire” la comunità.

E non si legga saggezza in queste parole, non si scorga gioventù in queste “follie”, non si colga abbastanza amore in questa “passione”, perché non sarò mai saggio, come il paesaggio corrugato della mia terra, per definirmi veramente saggio, non sarò mai vecchio, come le antiche montagne che la sovrastano e alle quali abbiamo voltato le spalle, per potermi definire ancora giovane, non avrò mai abbastanza amore per la mia terra per dirmi che la amo davvero.

di Emilio  De Lorenzo

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