di Mino Mastromarino
Sta succedendo qualcosa di molto strano in Campania. Naturalmente, non ci stiamo riferendo al permanente disastro della sanità ( che pure impegna quasi la totalità delle funzioni ed energie dell’apparato regionale). All’esodo forzato verso le strutture delle regioni settentrionali ( Lombardia e Veneto, in particolare) cui sono costretti gli utenti campani, anche per esami diagnostici e terapie ordinari. Non stiamo pensando alla dispersione scolastica e al lavoro per i quali la Campania è ultima ( per il rapporto Sdgs 2025 i giovani restano fuori dai circuiti formativi con la conseguenza di una forte precarietà occupazionale). E nemmeno alla cosiddetta desertificazione bancaria, ossia all’ eloquente fenomeno per cui aumentano le aree e i centri urbani non serviti da sportelli creditizi. Il Corriere del Mezzogiorno, circa due mesi fa, ha denunziato che la maglia nera – manco a farlo apposta – spetta alla Campania, regione nella quale non solo aumentano le chiusure degli sportelli ma cresce altresì il numero di residenti senza filiali nel 2024. Il fenomeno colpisce non solo i piccoli comuni, ma anche capoluoghi di provincia, come Avellino, dove si registrano numeri significativi.
Secondo la recente rilevazione Istat sul rapporto dei Campani con il mondo della politica, la quota di chi non si informa mai tocca i livelli più bassi. Qui solo il 39,2% della popolazione si informa regolarmente, mentre il 44,7% non lo fa mai. Anche sul fronte del dibattito politico i dati sono poco incoraggianti: appena il 26% parla di politica almeno una volta a settimana, mentre il 45,4% non ne parla mai. Le differenze di genere sono nette: oltre il 52% delle donne campane dichiara di non discutere mai di politica, contro il 37,6% degli uomini.
I motivi del disinteresse sono soprattutto legate a una mancanza di fiducia e a un senso di inutilità: quasi due terzi di chi non si informa mai parla apertamente di disinteresse, mentre più di un quinto cita la sfiducia nella politica.
Eppure, a fine novembre si dovranno eleggere il Presidente e il Consiglio regionali. Il centrosinistra ha scelto Fico in quota 5 Stelle, ex Presidente della Camera dei Deputati, stante il divieto del terzo mandato. Il centrodestra non ha ancora designato il proprio candidato a governatore. Gli elettori affezionati a De Luca sono insoddisfatti per l’impossibilità di ri-votare il proprio beniamino; e, soprattutto, disorientati per i costanti e pesanti attacchi di questo contro l’esponente pentastellato e tutto il partito (alleato!!??) di Conte. Il PD campano, gravemente sprovvisto di esponenti in grado di prendere il posto del presidente uscente, è scontento giacchè costretto a barattare la nomina del figlio di ‘Vicienzo’, Piero, a capo del partito regionale e l’accettazione di candidati ‘personali’ del governatore in cambio dell’appoggio a Fico.
I sostenitori pentastellati avvertono un evidente malessere e temono il pervasivo e permanente ingombro di De Luca nel caso questi, come è probabile, riesca a controllare la maggioranza della maggioranza in seno al consiglio regionale. Non proprio una ‘ficata’.
Gli elettori del centrodestra, che già pregustavano un esito vantaggioso delle lacerazioni progressiste ( la cosiddetta ‘volta buona’), stanno invece subendo la delusione di non disporre di un leader territoriale – almeno fino ad ora. Il ricorso a nomi della società civile, anche di prestigio, è sempre spia di mancanza di classe dirigente. Il vero politico è il quadro di partito legittimato dalle urne. Insomma, una situazione pirandelliana e poco partenopea, dove ogni forza politica – non si capisce in virtù di cosa – sembra aver smarrito la propria identità. E dove ogni elettore è infelice a modo suo.



