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La vittoria di Macron e una Francia che, con lui alla guida, resta un Paese saldamente ancorato all’Europa. Le analogie che, però, possiamo trarre con la politica di casa nostra sono altre e partono da un dato comune che riguarda il crollo dei partiti tradizionali. Al turno di ballottaggio, esattamente come cinque anni fa, si sono sfidati un tecnocrate filoeuropeista come Macron e l’euroscettica leader della destra nazionalista Marine Le Pen. Le forze politiche più antiche e cioè i gollisti di centrodestra e i socialisti sono praticamente scomparsi dalla scena. Più di metà dell’elettorato, inoltre, ha votato per candidati e movimenti antisistema come l’estrema destra di Zemmour o la sinistra radicale di Melenchon che ha sfiorato il passaggio al secondo turno. Certo si tratta di un voto presidenziale e non di una elezione parlamentare ma resta indubbiamente sconvolgente il quadro di una nazione con forti tradizioni politiche, che di fatto le cancella, e pone drammaticamente il tema di una nuova forma di rappresentanza. In Italia era avvenuta una cosa simile nel 2018 quando i Cinque Stelle sono diventati nettamente la prima forza politica del Paese e la Lega di Salvini il primo movimento del centrodestra surclassando Forza Italia che pure ha inventato questa coalizione nel ’94 e fa parte della famiglia dei popolari europei. Un sistema è andato in crisi e a resistere al populismo sono, ma con forti differenze, in Francia il centro moderato e in Italia il partito democratico. Il compito di Macron, oggi, è dunque quello non solo di dare stabilità al suo Paese ma soprattutto creare una struttura più forte per il suo movimento e renderlo autonomo da lui. La sua “Repubblique en marche” non è un vero partito ma una sorta di comitato elettorale costruito per la sua elezione all’Eliseo. Il socialista Francois Hollande, Presidente dal 2012 al 2017, spiegò in un dibattito televisivo con il suo avversario Sarkozy che “un presidente non può essere presidente di tutto, leader di tutto e, alla fine, responsabile di niente”. C’è bisogno invece che in Francia come in Italia i partiti possano camminare su gambe costruite da più leader e non da singole figure che le fagocitano e le influenzano. L’altro aspetto è il paragone con il nostro centrodestra che, esattamente come quello francese, ha diverse collocazioni internazionali. La Le Pen è stata sostenuta soprattutto da Matteo Salvini, mentre più sfumata è stata la posizione della Meloni e Berlusconi è assai lontano dalla destra francese. L’obiettivo dei tre leader è quello di sganciarsi sempre di più dai temi di politica estera per impugnare la bandiera delle questioni di casa nostra. Obiettivo difficile visto che c’è una guerra in corso e che una parola definitiva sulla nostra collocazione atlantista rispetto ai rapporti con Mosca va chiarita una volta per tutte. In Francia Macron è riuscito a mettere in evidenza i limiti del programma economico della sua avversaria e la sua deriva populista mentre dall’altro lato Marine Le Pen ha puntato il dito contro la vicinanza del Presidente alle élite. Temi non molto distanti da quelli italiani che spesso si muovono su terreni comuni come il ruolo dell’Europa, il lavoro, il clima e l’immigrazione.  Ma il vero rischio, che mette ben in evidenza Aldo Cazzullo, è una sorta di “bomba sociale” sulla quale italiani, francesi ed europei stanno seduti ed è l’aumento dei prezzi e “non dei beni di lusso ma del pane, della pasta, della benzina, del gas. E questo tema dominerà pure la campagna elettorale italiana che potrebbe avere un esito opposto rispetto a quello francese visto che la destra sovranista è favorita in tutti i sondaggi”.

di Andrea Covotta

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