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Riforma, le ragioni del Sì. Gargani: “Troppe falsità in giro”. Spangher: “Sorteggio, male necessario”. La testimonianza dell’imprenditore Signorino

“Si utilizzano parole d’ordine che non hanno nulla a che fare con il testo della riforma, come l’idea che si voglia subordinare la magistratura al potere politico. Se fosse vero, io voterei no”.

Va subito al sodo Giandomenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane e già legale di Enzo Tortora, aprendo il convegno promosso dal Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere – Polo Sud. L’iniziativa si tiene nel Salone Romano di Aversa. A partecipare relatori di primo piano, dal professore emerito di diritto processuale alla Sapiena, Giorgio Spangher, presidente onorario del “Comitato Pannella-Sciascia-Tortora”, a Giuseppe Gargani, esponente storico della Democrazia cristiana, ex sottosegretario alla Giustizia. A moderare il dibattito l’avvocato Generoso Di Biase.

Caiazza, introducendo il confronto, ricorda subito che con la riforma della giustizia i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana restano invariati: “Non viene modificato l’articolo 101 della Costituzione italiana, che stabilisce che il giudice è soggetto soltanto alla legge. Non cambia il primo comma dell’articolo 104 della Costituzione italiana e non viene toccato l’articolo 107 della Costituzione italiana, che sancisce l’inamovibilità dei magistrati”.

Secondo Caiazza, la separazione delle carriere è “una separazione ordinamentale tra chi indaga e chi giudica, una distinzione ovvia e naturale che esiste in quasi tutte le democrazie contemporanee”.

Critico anche il riferimento al ruolo dell’Associazione Nazionale Magistrati nella campagna referendaria: “È sceso in campo un soggetto politico: l’ANM si sta comportando come un partito, finanziando in modo molto consistente la campagna per il no”.

Nel suo intervento Gianluca Lauro chiarisce di partecipare al dibattito non nella veste istituzionale di presidente dell’Ordine, ma come avvocato: insiste soprattutto sulla percezione di imparzialità del processo: “Il cittadino deve sentirsi garantito. L’idea che pubblico ministero e giudice possano appartenere allo stesso percorso professionale non ci rende tranquilli. Il giudice deve essere percepito come un soggetto realmente terzo”.

Per l’avvocato Giuseppe Cioffi la riforma rappresenta “una occasione irripetibile e storica”.

“Non serve a migliorare la condizione dei magistrati – spiega – ma ad aumentare il livello delle garanzie e dei diritti dei cittadini”. Cioffi si sofferma anche sul rapporto tra magistratura e opinione pubblica: “Negli ultimi anni la magistratura ha spesso dato un pessimo esempio di sé. Il cittadino vede una magistratura che si oppone in modo irrazionale a ogni tentativo di riforma e questo non rafforza la fiducia nella giustizia”.

Secondo il penalista, molte delle critiche alla riforma sarebbero basate su informazioni distorte: “La storia della deriva autoritaria è una falsità. Al contrario, questa riforma va nella direzione di una giustizia più libera”.

Nel suo intervento Spangher invita a non lasciarsi condizionare da paure e resistenze che, a suo avviso, accompagnano da anni il dibattito sulla riforma della giustizia.

“Si alimentano le solite paure – osserva – un rumore di fondo che spesso appartiene a chi guarda al passato. I giovani, invece, fanno fatica persino a capire di cosa si stia parlando, perché siamo dentro un processo storico iniziato molto tempo fa”.

Spangher ricorda come il percorso di riforma avrebbe dovuto trovare compimento già con il nuovo codice di procedura penale del 1988, voluto dal ministro Giuliano Vassalli.

“Il codice Vassalli del 1988 doveva chiudere quel percorso – spiega – e invece siamo ancora lì. In più occasioni non è stato possibile completare quella riforma e oggi rischiamo di non chiudere neanche questa partita”.

Per il giurista, l’esito del referendum rappresenta quindi un passaggio cruciale: “Questa partita non bisogna perderla. Se dovesse accadere ci sarebbe un’involuzione del sistema e il riconoscimento di una magistratura sempre più politicizzata che prima o poi chiederebbe anche il conto”.

Spangher aggiunge che la questione non riguarda il governo di turno: “Non è un problema di maggioranze politiche. Se vince il sì siamo in grado di realizzare una riforma attesa da tempo. Se perdiamo, invece, si rischia una regressione”.

Infine, un riferimento al tema del sorteggio nel Consiglio superiore della magistratura: “Non è una soluzione ideale, ma probabilmente è diventato un male necessario”.

Ad intervenire è poi Gargani: “Mi occupo dei problemi della giustizia da sempre – esordisce – e devo dire che sono scandalizzato. Dal 1960 faccio politica, ma non immaginavo che un tema così sofisticato potesse essere affrontato con un dibattito così mediocre, spesso basato su affermazioni false”.

Gargani ricorda il passaggio storico dal processo inquisitorio al modello accusatorio, maturato negli anni Ottanta anche grazie al contributo di giuristi come Giandomenico Pisapia.

“Siamo passati da un processo inquisitorio, di origine autoritaria, a un processo accusatorio. Questo modello prevede tre soggetti: una parte che accusa, una che difende e un giudice che decide. È il processo della vita: due parti e un terzo imparziale”.

Per questo, secondo Gargani, la separazione delle carriere è coerente con la logica del processo accusatorio: “Non si tratta semplicemente di carriere. È una parola sbagliata. In realtà parliamo di mestieri diversi e di ruoli diversi”.

Nel suo intervento cita anche il giurista Francesco Carnelutti, che definì il processo penale italiano “ibrido”, e il filosofo Immanuel Kant, ricordando che “l’imparzialità non è un dono divino: è difficile e va garantita attraverso regole e condizioni istituzionali”.

Gargani richiama alcuni dati legati ai processi di Mani Pulite: “Pochi ricordano che, alla fine, il 73 per cento degli imputati fu assolto. È un dato che la società dovrebbe recuperare fino in fondo. Se alcune riforme fossero state fatte prima, probabilmente Tangentopoli non ci sarebbe stata”.

Il giurista fa riferimento alla proposta di una Alta Corte di giustizia, spiegando che “il superamento della giurisdizione domestica è una questione di libertà e di garanzia liberale”.

Infine, Gargani esprime però alcune perplessità sul sorteggio nel Consiglio superiore della magistratura: “Il CSM rappresenta i magistrati e il sorteggio non è uno strumento perfetto. Lo diceva già Aristotele duemila anni fa: non si può usare il sorteggio per scegliere i migliori”.

Pur riconoscendo che le correnti nella magistratura siano diventate “un cancro e gruppi di potere”, Gargani conclude: “Se la riforma fosse soltanto il sorteggio voterei contro. Ma il problema vero resta quello di cambiare il sistema”.

Nel corso del dibattito è stato ricordato come la riforma della giustizia debba essere letta nel quadro dell’evoluzione costituzionale e del cambiamento del processo penale negli ultimi decenni.

“La mia è una scelta di campo chiara”, sottolinea Filippo Trofino, ricordando che dalla nascita della Costituzione a oggi l’ordinamento ha conosciuto diversi interventi di adeguamento ai mutamenti della società. Un passaggio decisivo è stato individuato nella riforma del processo penale, con l’introduzione del modello accusatorio voluto dal ministro Giuliano Vassalli.

“In quel momento – afferma – tutti erano d’accordo sulla necessità di superare il sistema inquisitorio e di costruire un processo tra parti, con accusa, difesa e un giudice terzo”. Secondo Trofino, molte delle difficoltà che oggi attraversano il sistema giudiziario affondano le radici proprio nel mancato completamento di quel percorso di riforma.

Nel corso dell’incontro interviene anche l’imprenditore Matteo Signorino, che porta una testimonianza personale legata alla propria esperienza con la giustizia: “Sono incappato nel giudizio dei magistrati e vi racconto una piccola storia. Nel 2018, a seguito dello scioglimento della riserva di un magistrato civile, sono stato raggiunto da un’esecuzione tramite ufficiale giudiziario. Mi sono dimesso e ho nominato un nuovo amministratore unico. Tutto questo ha avuto conseguenze pesanti anche dal punto di vista economico. Da qui la sua riflessione più generale: “Quando i magistrati sbagliano e provocano danni, spesso non succede nulla sul piano delle responsabilità. Io non sono populista, ma solo popolare, ma mi chiedo cosa accada a chi non ha la possibilità di permettersi un avvocato di alto livello. Ho deciso di votare sì perché da cittadino ho sperimentato cosa significa incontrare la mala giustizia. Per questo mi sto impegnando personalmente per portare le persone a votare e informarsi su questa riforma”.

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Antonio Picariello

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