di Gerardo Troncone
E’ Gerardo Troncone a ripercorrere la storua del Convento di San Francesco di Montella per ribadire ancora una volta perchè questo scrigno non deve finire nelle mani dei politici.
Un’isola bianca e solenne s’innalza su un orizzonte di verde. Il convento di San Francesco a Folloni è adagiato nel silenzio dell’ampia pianura montellese, attraversata dal Calore, il fiume che fu dei Sanniti e dei Longobardi.
Tutta la storia del bianco convento nel verde è punteggiata da miracoli.
Il convento deve il suo nome al bosco di Folloni (dal latino fullones – lavandai, perché nel periodo romano il luogo ospitava tintori e lavandai), in territorio di Montella.
La tradizione vuole che Francesco, diretto in pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo, una notte dell’inverno del 1222, accompagnato da due confratelli, si sia fermato nel grande bosco.
Durante la notte la neve ricoprì tutto, ad eccezione del leccio sotto il quale i frati si erano rifugiati.
Attirati dal prodigio gli abitanti di Montella pregarono il santo di trattenersi ancora, e questi, dovendo proseguire il viaggio, acconsentì che rimanessero sul posto due confratelli, perché in quel luogo benedetto costruissero una chiesetta dedicata alla Vergine Maria.
Dopo aver realizzato una piccola chiesa, com’era consuetudine, i frati costruirono nei suoi pressi delle semplici abitazioni in legno, come quelle della gente povera del luogo.
Si compì ben presto un altro miracolo: da quel momento il luogo, finallora infestato da briganti, si trasformava ben presto in una località dove il popolo semplice delle campagne poteva vivere e operare ninpace e serenità.
Testimonianza di un altro celebre miracolo, fino a pochi anni fa confinato nel mondo delle leggende, è rievocato dalla reliquia del Sacco di san Francesco, un pezzo di tessuto di lino che la tradizione ritiene parte del sacco che i frati avevano trovato una mattina dell’inverno del 1224, pieno di pane ancor caldo, tra la neve alta che assediava la minuscola chiesa.
La sera precedente avevano pregato il santo, che si trovava lontano, in Francia, vedendo avvicinarsi la smorte per inedia, isolati com’erano nella neve
Dopo ottocento anni, si accerterà accertato che il pezzo di lino bianco, custodito per secoli dalla famiglia Fierro di Montella, risaliva effettivamente ai primi anni del Duecento, e recava impresso un ricamo particolare, nel quale sarà riconosciuto il giglio angioino, emblema della corte di Francia, ov’eraFrancesco.
Di un altro celebre miracolo avvenuto dalle quelle parti c’è testimonianza addirittura nel ciclo delle pitture giottesche di Assisi: l’affresco racconta di una donna di Montemarano che muore senza essersi confessata, e di Francesco che la richiama in vita, le dà modo di ottenere il perdono per i suoi peccati, e solo dopo la riconsegna, finalmente rasserenata, sa Sorella Morte.
Negli anni successivi alla fondazione i frati sostituscono le iniziali casupole in legno con edifici in muratura sempre più importanti, grazie ai benefici dei sovrani delle dinastie che a mano a mano si succedono sul trono di Napoli e dei feudatari del luogo, da Bartolomeo di Capua, giureconsulto, gran rotonotario e logoteta del Regno sotto Carlo II d’Angiò a Filippo, quartogenito di Carlo II, alla stessa regina Giovanna I, a suo marito Ottone di Brunswick, ai sovrani aragonesi, ai viceré di Spagna, per finire ai Borbone e ai Savoia.
Nel Cinquecento vengono gettate le fondamenta per l’edificazione di una nuova grande chiesa, dedicata all’Annunziata:.
Come tutti gli antichi edifici sacri volge l’abside a oriente, dove sorge il sole, simbolo del Cristo che risorge dalla morte.
La pianta della Chiesa è piuttosto irregolare, fatto dovuto al progressivo sorgere di varie cappelle patronali, giacché non vi è famiglia nobile e illustre della zona che non faccia erigere almeno unaltare o un’arca.
La Chiesa con le annesse cappelle è demolita allorquando venne costruita, tra il 1743 e il 1748, quella attuale, consacrata nel 1769 dal Vescovo di Nusco.
La nuova facciata guarda a mezzogiorno, così la sacrestia occupa ora il posto del primo romitorio duecentesco, mentre il coro invece è sul luogo dov’era l’altare maggiore.
Dove sorgeva il corpo della precedente Chiesa vi è oggi un secondo bel chiostro a due piani, che affianca quello più antico.
La Chiesa si caratterizza per la grandiosità dell’insieme, per la finezza dei marmi, per il pavimento maiolicato, per la leggerezza degli stucchi, per i lavori di intarsio del pulpito in legno, dei confessionali e degli armadi della sacrestia.
Il pavimento in maiolica è datato 1750 e proviene dalle fabbriche di Cerreto Sannita (BN), i lavori in legno di noce con intarsi di acero bianco sia della chiesa che del coro e della sacrestia sono opera di artigiani montellesi appartenenti alla grande scuola bagnolese.
Nella biblioteca del convento sono custoditi alcuni preziosi esemplari degli antichi antifonari, grossi volumi manoscritti e a stampa con note di canto gregoriano.
Il maestoso campanile, alto ben 48 metri è ultimato nel 1594 e la parte finale a base ottagonale è più volte trasformata, distrutta sia dai terremoti che dai colpi inferti dai fulmini e dai bombardamenti.
Il convento ci offre anche la testimonianza muta, impressa nella pietra, d’un miracolo,d’un amore vissuto oltre la morte.
Diego Cavaniglia, grande benefattore del Convento, membro della corte di re Ferdinando I d’Aragona e divenuto appena ventenne Conte di Montella, si era recato nel 1481 a combattere i Turchi a Otranto, e in uno degli ultimi assalti prima che la città venisse ripresa, era stato ferito a un ginocchio e in conseguenza della ferita (ma c’è anche chi ipotizza un complotto per la sua eliminazione) era morto, all’età di 28 anni.
Viene seppellito a San Francesco a Folloni dove la vedova consorte, Margherita Orsini, cognata di Lorenzo il Magnifico e zia di Papa Leone X, fa edificare una cappella dedicata alla Vergine Assunta e un superbo monumento sepolcrale, nel quale è ancor oggi visibile la statua del conte Diego rivestito della sua bella armatura.
Margherita, che avrebbe voluto restare fedele per tutta la vita a Diego, è costretta ben presto, per motivi dinastici e politici a risposarsi.
Resta devota e fedele per tutta la vita al nuovo consorte ma, dopo che questi gli premuore, prepara per sé stessa il proprio sepolcro, ravvivando il ricordo del suo antico amore perduto: il proprio giaciglio è previsto nella nuda terra, coperto da una lastra di marmo.
Lì fa scolpire in bassorilievo il proprio volto, che viene a capitare proprio ai piedi del maestoso sepolcro di Diego, di modo che
Ichiunque voglia accostarsi in preghiera alla tomba del Conte, consapevolmente o non, sarà costretto a calpestare il bel volto impresso nel marmo.
Margherita cerca così la punizione eterna per non aver potuto restare fedele alla memoria di Diego: i segni che in cinque secoli hanno a mano a mano deturpato il bel volto di marmo, rendendolo quasi irriconoscibile, non sono quindi i segni del tempo o dell’incuria, ma del pentimento e dell’amore.
Non a caso il monumento di Diego Caraviglia è stato dedicato a tutti gli innamorati, e nella loro festa, il 14 febbraio, si svolge presso il convento una singolare e insolita celebrazione.
Arriviamo a venti anni fa.
Fra Agnello, alla guida della piccola comunità dei frati minori che da ottocento anni anima questi luoghi, crocevia di fede, storia ed arte, ha un sogno nel cassetto.
Un sogno al quale sta lavorando con tenacia e fantasia: eseguire una campagna di scavi archeologici nel cuore del convento, per cercarvi le tracce del passaggio di Francesco.
Per cercare la storia nella leggenda.
I costi previsti sono alti, insostenibili, le cosiddette istituzioni sono interessate a tagliare nastri, non a sostenere la cultura per la cultura.
Solo un miracolo, ci vorrebbe.
Un giorno due vecchi emigranti, tornati dall’America per ritrovare i luoghi d’origine per percorrervi in pace l’ultimo tratto di strada, bussano alla porta del convento (come si legge nelle favole) e offrono ai frati gran parte dei loro risparmi, perché ne facciano opere di bene.
D’accordo con i benefattori mandati dalla Provvidenza, come amano ripetere i frati quando qualcosa di inaspettato risolve l’insolubile, questi decidono di utilizzare la cospicua cifra per avviare la ricerca archeologica.
Saranno ampiamente ripagati da una scoperta unica al mondo, che costituirà una delle pagine più straordinarie dell’archeologia internazionale, e regaleranno all’Irpinia un tesoro inatteso.
I frati, ottenuta l’insperata sovvenzione, autonomamente organizzato i lavori di scavo archeologico, con insospettabile sagacia e competenza.
Coinvolgono nell’impresa esperti di diverse discipline,, favorendo l’intercambio di dati e informazioni, ottenendo il pieno ed entusiastico appoggio delle Sovrintendenze.
Riservano a loro stessi in ossequio alla regola, la parte più dura e umile: quella di operai aiutanti allo scavo e alla catalogazione.
Gli scavi non sono stati tuttavia affidati al caso: in un punto preciso i fratelli avevano individuato quello che ritenevano essere il luogo del primo insediamento duecentesco, forse corrispondente al leccio del leggendario miracolo della neve.
Le indagini sono state concentrate in quel punto, dove avevano ipotizzato essere il primitivo romito, proprio alle spalle dell’attuale altare.
La ricerca archeologica è diretta dall’archeologo Simone Schiavone e vi concorrono, oltre le Sovrintendenze, il CNR di Potenza, il CIRCE di Caserta, l’Università della Basilicata, l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, la Duke University ed altri esperti, fra cui spicca l’insigne Lucia Portoghesi, fra i pochi esperti al mondo di tessuti medioevali, già fondatrice del Museo della Gente Senza Storia di Altavilla.
Non va dimenticato il concreto impegno economico e organizzativo della Comunità Montana del Terminio-Cervialto, all’epoca presieduta da Nicola Di Iorio, che incoraggia la divulgazione della scoperta e favorisce in modo significativo una significativa corrente di turismo culturale da ogni parte d’Italia verso il luogo sacro.
Sono riportati alla luce decine di scheletri, i più antichi del quali risalenti proprio ai primi anni del Duecento, agli anni della fondazione, agli anni di Francesco.
I resti raccontano di corpi nudi, distesi sulla nuda terra, con un cuscino di pietra.
Vengono alla luce anche numerosi materiali (intonaci, stucchi, rocchi di colonna, pilastri, mensole calcaree) provenienti dalla demolizione della vecchia chiesa, tra cui una cassettina lignea contenente una concentrazione di ossa associate a guardiole e tomaie e suole di scarpe in pelle e in cuoio.
Gli oggetti ritrovati con gli scheletri, le ossa stesse, le posture a volte eccezionali iniziano a raccontare di una comunità di santi uomini, parte di una società agricola semplice e devota.
È l’unico caso in Europa, a parte alcuni analoghi in Danimarca , di un cimitero ritrovato nell’ambito di un convento francescano ubicato in ambito rurale, che si affianca autorevolmente al celebre cimitero di san Lorenzo Maggiore, localizzato però nel cuore di un grosso centro urbano.
Nel fervore della grande scoperta , nulla però può essere paragonato all’emozione provata dei frati di oggi, quando sono stati chiamati a prendersi in qualche modo cura degli antichi confratelli dei secoli passati, che hanno tenacemente voluto ritrovare e misericordiosamente riabbracciare.
Così ricreando lo spirito più autentico di una grande comunità cristiana, popolata da uomini che vivono nello stesso luogo, anche se non appartengono allo stesso tempo.



