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Giordano (Pd): “La discussione tra addetti ai lavori non coinvolge i cittadini: è tatticismo, fa perdere tempo. Le primarie sono il metodo”

In realtà non penso che qualcuno abbia paura delle primarie. Il tema è individuare un metodo per indicare un candidato sindaco del centrosinistra. Se non è possibile arrivare a una decisione condivisa attraverso una cooperazione reale tra tutte le forze politiche della coalizione, il rischio è che si ricorra a una cooptazione arbitrata da qualcun altro, non dal centrosinistra. E questa non sarebbe una scelta politica vera

Chi ha paura delle primarie? è il titolo provocatorio di un intervento di Luigi Anzalone, filosofo ed esponente della sinistra, pubblicato dal Corriere dell’Irpinia qualche giorno fa. A proporre le primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra è da tempo Nicola Giordano, ex consigliere comunale dem.

Giordano, allora chi ha paura delle primarie?

In realtà non penso che qualcuno abbia paura delle primarie. Il tema è individuare un metodo per indicare un candidato sindaco del centrosinistra. Se non è possibile arrivare a una decisione condivisa attraverso una cooperazione reale tra tutte le forze politiche della coalizione, il rischio è che si ricorra a una cooptazione arbitrata da qualcun altro, non dal centrosinistra. E questa non sarebbe una scelta politica vera.

Con le primarie sarebbe scelto il candidato più competitivo?

Primarie o no, è fondamentale riaprire un dialogo vero tra il centrosinistra e la città. Altrimenti la scelta del candidato diventa solo tatticismo, e il tatticismo logora i rapporti tra le forze politiche e rende la coalizione poco credibile. Una classe dirigente matura dovrebbe essere capace di individuare un candidato sindaco in grado di vincere le primarie anche senza farle.

Neppure tutto il Pd sembra convinto che le primarie siano la soluzione.

Il Pd irpino ha deliberato ufficialmente che si sarebbero celebrate le primarie per la scelta del sindaco. C’è stato un deliberato votato all’unanimità. In realtà non si è fatto altro che riaffermare qualcosa che fa parte del DNA del Pd. Del resto, la segretaria nazionale è stata eletta con le primarie e persino il candidato premier alle politiche, con ogni probabilità, sarà indicato attraverso le primarie.

Alle primarie il Pd riuscirebbe facilmente a imporre un suo candidato? È ciò che spaventa le altre forze politiche?

Le primarie non servono al Pd per avere il “gioco facile” sugli alleati: sono uno strumento democratico. I partiti possono e devono provare a fare sintesi, discutere seriamente e trovare un accordo su un candidato unitario attraverso un confronto interno franco e leale. Se questo non avviene, si va alle primarie di coalizione, dove a votare non sarebbero più solo i circa mille iscritti del Pd, ma potenzialmente un’intera città, naturalmente con regole chiare. Forse proprio qui nasce la difficoltà: individuare le regole. Qualcuno deve assumersi la responsabilità di avviare e portare avanti tutto il percorso. Le primarie devono essere una competizione vera, non la ratifica di una scelta già presa altrove. La sfida deve essere sulle proposte, sulle soluzioni concrete che ciascun candidato immagina per i problemi della città. La discussione tra addetti ai lavori non coinvolge i cittadini: è tatticismo, fa perdere tempo e non aiuta. Le forze politiche devono tornare a parlare direttamente alla città, non solo tra di loro.

C’è il rischio che senza un metodo condiviso la coalizione si divida?

Qualsiasi metodo per la scelta del candidato sindaco deve essere spiegato e giustificato politicamente. In caso contrario i rapporti si incrinano: cresce la diffidenza, prevale il sospetto e aumenta il tatticismo. C’è chi spera che la decisione venga calata dall’alto, da chi pensa di poter decidere della città senza essere della città. Temo che una mediazione spinta a livello romano o regionale finirebbe per produrre solo una compensazione di posizioni, invece di individuare la proposta migliore e il candidato migliore.

Alla vigilia delle scorse amministrative, la mediazione non fu semplice: dopo circa un anno di confronto, il dibattito nella coalizione si trasformò in scontro.

Sì. La volta scorsa abbiamo discusso per mesi di un programma, ma poi la scelta del candidato è stata imposta dall’alto e non condivisa. Probabilmente, se le cose fossero andate diversamente e la questione fosse stata risolta al momento giusto, avremmo potuto vincere: ci sarebbe stato il tempo per costruire bene le liste, per confrontarsi con la città, per valorizzare un’opposizione che aveva prodotto risultati importanti. Invece il tatticismo ci ha allontanato dalla città e la nostra proposta è risultata perdente.

Nelle ultime settimane della scorsa consiliatura lei aveva sostenuto che un confronto tra l’opposizione e l’allora sindaca Laura Nargi sarebbe stato opportuno per provare a evitare, in un modo o nell’altro, un commissariamento lungo e dannoso per il Comune di Avellino. Quella parte del Pd e della sinistra che era contraria dice ancora oggi di non essere disposta a dialogare con chi, come lei, aveva allora avanzato la proposta per un governo cittadino “di scopo”.

È una narrazione che fa comodo a molti. Nessuno ha mai pensato di sovvertire l’esito delle elezioni. L’opposizione avrebbe continuato a fare l’opposizione, mentre la maggioranza nel frattempo era implosa. Noi abbiamo chiesto semplicemente agli organi di partito di ragionare e di aprire una discussione seria e coerente su una proposta. Soprattutto, mentre a noi si chiede coerenza, altrove si tollerano geometrie variabili: in Provincia, all’Alto Calore, nei Piani di Zona. Senza chiarire il perché di questi comportamenti, parlare di veti è solo propaganda.

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