Cosa ci chiederebbe Francesco se venisse oggi a bussare alla nostra porta, saremmo pronti ad aprigli? E’ l’interrogativo che ha attraversato il convegno dedicato a San Francesco nell’ottavo centenario della morte, avvenuta nel 1226, tenutosi ieri nella chiesa del Cuore Immacolato di Maria, promosso dalla rivista Sinestesie e dall’Università di Salerno in collaborazione con il Polo Gesualdiano. Un incontro, inserito nell’ambito delle giornate di studio promosse in occasione degli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi (1226-2026) dal gruppo di ricerca su letteratura del Novecento e sacro, che è stato l’occasione per ribadire la forte eredità spirituale e culturale lasciata dal Santo di Assisi, capace di abbracciare discipline differenti e di parlare al nostro tempo.
E’ Carlo Santoli, dell’Università degli Studi di Salerno e direttore della rivista Sinestesie, a porre l’accento sulla forza del messaggio di Francesco, valido oggi come ieri, un messaggio capace di unire storia della spiritualità, letteratura e arte, nel segno di valori universali. Una consapevolezza che emerge anche dall’intervento di Annalisa Giulietti, dell’Università Niccolò Cusano di Roma, per ribadire la necessità di ripartire dal pensiero di Francesco come bussola per la coscienza di fronte allo scenario internazionale che oggi viviamo. Mentre Rosa Giulio, dell’Università di Salerno e componente del direttivo nazionale dell’Associazione degli Italianisti, evidenzia come gli interrogativi che pone Francesco vadano al di là degli ambiti strettamente religiosi “La sua è una presenza che attraversa i secoli e appartiene alla storia della spiritualità, dell’arte e della cultura italiana. Ogni epoca ha bisogno di confrontarsi con Francesco alla luce delle proprie domande, la sua è una voce che continua a dialogare con il presente. Temi come la pace e l’attenzione agli umili sono centrali nel dibattito pubblico, oggi più che mai. La speranza è che le celebrazioni possano favorire il confronto tra dialogo e istituzioni”.
Edgardo Pesiri, coordinatore del Polo Umanistico, .ricorda come nelle opere di Francesco la vita sia sgomento ma anche gioia “La pace non è indifferenza, è attenzione ai fragili, coscienza morale, consapevolezza della sofferenza degli altri, capacità di costruire insieme il futuro”. Don Antonio Fucci, vicedirettore dell’Ufficio pastorale della Scuola della Diocesi di Avellino, spiega come “Se venisse a bussare alle nostre porte ci chiederebbe di non essere indifferenti alla protesta dei giovani, ai chilometri di camion in coda ai caselli, alla sofferenza di chi chiede di vivere in maniera dignitosa, ci chiederebbe di non accettare passivamente la guerra voluta dai potenti della terra, di fronte a scelte che non promuovono la vita ma l’istruzione”. Preziosa la testimonianza padre Franco Giovanni Bigotto, dell’Ordine dei Frati Minori, parroco della chiesa del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria che ricorda la scelta di rileggere un episodio della vita di Francesco come quello dell’incontro col Sultano Al Malik al Kamil in Egitto nel 1219, in occasione della quinta Crociata per la liberazione di Gerusalemme, primo tentativo di dialogo interreligioso nella storia.
Di forte suggestione l’intervento di Francesco Pacia, dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che ripercorre l’incontro tra Francesco e il Sultano nella storia letteraria e artistica, ponendo l’accento sulla simbologia che accompagna nell’iconografia il confronto tra mondo cristiano e mondo islamico, a partire dal fuoco simbolo della fede “Ogni epoca ha riletto questo episodio in modo differente, accentuando questo o quell’altro simbolo, così da costruirne una differente interpretazione, facendone talvolta strumento di propaganda per rispondere alle esigenze di quel determinato momento storico. Per secoli la Vita di Bonaventura ha rappresentato l’unica fonte accessibile sull’episodio, solo successivamente sarà possibile consultare una documentazione più ricca, comprese le testimonianze legate al mondo arabo”. Pacia spiega come “torna costantemente l’immagine di Francesco come colui che sceglie la via della parola, che non va in armi contro quelli che allora apparivano come nemici, predica ai saraceni ma agli stessi cristiani, quasi a ribadire la scelta infelice delle Crociate. Francesco appare, dunque, un uomo di pace che vuole la salvezza di tutti, indipendentemente dalla fede religiosa. Ad emergere dalle differenti fonti anche l’accoglienza carica di onori riservatagli dal cristiano mentre solo successivamente entrano elementi come l’ordalia, la prova del fuoco a cui Francesco è chiamato a sottoporsi, su richiesta del sultano o la donna che tenta Francesco. A caratterizzare Francesco è, dunque, la sete di martirio, una testimonianza a cui è disposto anche a costo della vita”. Grande l’attenzione riservata anche dall’arte, a partire da Giotto fino a Velazquez: “E’ proprio nell’arte che comincia ad emergere una rappresentazione negativa dei Saraceni e del Sultano, dalla fierezza del Sultano alla fuga degli arabi che non vogliono sottoporsi alla prova del fuoco. Gesù appare come il Cristo nell’atto di predicare e l’incontro assume il carattere di una disputa teologica. Successivamente sono gli elementi esotici a comparire nella rappresentazione artistica, a partire dai caratteri scuri degli arabi che appaiono non diversi dagli indigeni nativi. A venire meno, nei secoli, è anche la dimensione conflittuale nel confronto tra Oriente e Occidente”. Uno sguardo che abbraccia anche l’universo del cinema, da Rossellini a Liliana Cavani.


