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Quando padre Bartolomeo Sorge ha parlato di politica che ha perso l’anima, bene, lo sapevamo, ma detto da lui suona meglio. Quando ha rincarato la dose, dicendo che la politica perdendo l’anima è morta, che la corruzione è dilagante, ancora meglio, perché sì, è così. La sua interpetazione: tanta morte è avvenuta perché non c’è più idealità, perché chi agguanta un posto al sole si inebria di potere per il potere. Le sue parole, nel forum ieri mattina in redazione, hanno colpito le coscienze civili in tormento. E’ stato un bell’incontro, quello con il gesuita teologo e politico, esperto della dottrina sociale della Chiesa. Ricordiamo a noi stessi che padre Sorge ha diretto l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo. All’interno di questo Istituto, insieme con padre Ennio Pintacuda, ha sostenuto la cosiddetta Primavera di Palermo di Leoluca Orlando e del suo movimento La Rete. Storia che qui in Irpinia si nutre di esperienze vive e dirette. Torniamo al forum: eravamo al vuoto generato dalla corsa del potere per il potere. Qual è la sfida? Intercettare il senso di un nuovo unamesimo, dice padre Sorge. Avverte che la sfida del ventunesimo secolo è trovare valori comuni che ci uniscano, tornare al senso dell’essere persona. Perché, se non ce ne siamo accorti, sta nascendo una nuova civiltà. Siamo ad un bivio epocale. Il cambiamento, il passaggio, si manifestano in più segni: il terrorismo e la barbarie, ma altro, vedi la globalizzazione, la tecnologia, che fa solo rima con ideologia, perché nei fatti quest’ultima è crollata, con tutti i sogni, le speranze, le tensioni. Mentre si scrive, padre Sorge ha lasciato il forum con i giornalisti del Quotidiano per andare ad un convegno aperto alla città: ecco, questa dovrebbe essere la chiesa che ognuno vorrebbe, e che Papa Francesco va predicando ad ogni angolo del mondo. La chiesa che parla, che apre le porte ai migranti, ai poveri, a chi subisce violenza, ai padri che hanno perso il lavoro. La chiesa che non si gonfia delle sue ricchezze ma che dà cultura, sapienza, conoscenza, e anche aiuto materiale, se è il caso. La chiesa che non giudica gli orientamenti sessuali o le scelte di vita ma che apre all’ascolto e al dialogo. Questa chiesa, lo sa Papa Francesco, lo sa padre Sorge, non c’è ancora. Non è punto di riferimento assoluto. Perché le sue porte, aggiungiamo noi, non sono tutte aperte. Ma non dobbiamo spaventarci. Mutuando un’espressione del Papa, dovremmo andare alla scuola di una nuova grammatica etica dei valori: questo il punto di svolta. La crisi, tornando al prologo di Sorge, non è congiunturale: è strutturale, se ci riferiamo ai livelli economici, occupazionali, familiari, politici, sociali. Qui, avverte il padre gesuita, si sta attraversando quel cambiamento epocale di cui dicevamo: senza ideologie, tutto crolla. Il Concilio fa da spartiacque. Vogliamo allora parlare di riforme? Bene. Lo si faccia a partire dalla Costituzione, che non è un corpo morto, tutt’altro. Passiamo poi per la lotta alla corruzione, entriamo nei meandri della democrazia e liberiamo i canali intasati e lasciamo che scorra libera acqua fresca e incontaminata. Interroghiamoci, poi, ognuno di noi, per quel che fa, ogni giorno, e per quello che vorrà fare per tutta la sua vita: se la sua arte, la sua professione, il suo tempo, sono ispirati ad una vocazione e sono intrisi di eticità, di professionalità, di passione, in due parole, di tensione morale? Se questo è, si metta in moto il meccanismo delle cosiddette “agenzie educative”: la scuola, la famiglia, la politica, l’informazione. Padre Sorge ha fatto tappa ieri in Irpinia, dopo essere stato a Napoli, si è intrattenuto a lungo in questo giornale e in città, consegnando ad ognuno di noi stille di vita, tra battute e ironie sapientemente dosate, ma anche nella scioltezza di chi si sente libero di lasciarsi andare. La mafia è una “malapianta”, come l’ha definita, che va combattuta colpendone le radici, così per la camorra e per la ‘ndrangheta. Battaglia a cui sa che è difficile rispondere, se non attraverso l’investimento nella cultura e nella formazione. Il ritorno o la conquista dell’umanesimo da lui richiamato, che prende moto dal popolarismo sturziano, è una rivoluzione troppo spesso annunciata: troppa corruttela diffusiva, troppo ladrocinio senza vergogna a più livelli, soprattutto in ambito politico, rendono difficile la comprensione di queste parole, se ognuno di noi non si ispirerà a quella tensione ideale di cui dicevamo. In questo caso, davvero, nessuno potrà avere più paura.
edito dal Quotidiano del Sud

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