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Se la memoria è terreno di scontro

In un paese come il nostro fatto di contraddizioni e contrapposizioni anche la festa della Liberazione è terreno di scontro politico. Di Maio lo considera un giorno importante per la nostra storia e dunque occorre stare dalla parte dei nostri partigiani che ci hanno liberato, dalla parte dei nostri nonni che hanno condotto una battaglia contro un regime. Salvini invece è a Corleone perché – dice – la vera liberazione che serve al Paese è quella dalla mafia. Del resto da quando è nata la seconda Repubblica che questa distinzione si è fatta più netta. In precedenza le celebrazioni del 25 aprile si ripetevano in una dimensione condivisa anche se un po’ retorica. Le cose cambiano nel   ’94. Subito dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni un milione di persone scende in piazza a Milano e la vittoria di quell’inedito centro-destra porta ad una nuova consapevolezza per chi si è battuto contro il fascismo. Si fa riferimento alla Storia, alla Resistenza partigiana alla fretta che Berlusconi e Fini hanno di ripartire senza fare i conti con il passato. Alcuni storici mettono in evidenza che la Resistenza non è una stata una guerra di popolo, ma la scelta di una minoranza e il fascismo è stato un regime ma con un grande consenso di massa. Non figlio di Mussolini ma di un’intera classe dirigente compresi i professori, i dirigenti dello Stato, i responsabili delle forze armate, i magistrati.  Il 25 aprile è dunque la data di un risveglio, di un riscatto dopo vent’anni di dittatura fascista. Quella lotta per la libertà pone la basi per i momenti successivi. La nascita della Repubblica, l’Assemblea Costituente che scrive la Costituzione e le prime elezioni libere del dopoguerra con la vittoria della Democrazia Cristiana di De Gasperi. Un equilibrio tra forze di maggioranza e di opposizione che regge le sorti dello Stato fino appunto al ’94. Con l’imprenditore Berlusconi arrivano al governo la destra di Fini e la Lega di Bossi. Tre partiti che mai avevano governato. Oggi ci sembra un fatto acquisito ma 25 anni fa non lo era per niente. Oggi al governo ci sono un’altra Lega perché Salvini ha trasformato il carroccio bossiano e il Movimento Cinque Stelle. Non li divide solo il giudizio sul 25 aprile ma un’idea diversa sui temi dell’economia e della politica estera. Due forze in perenne campagna elettorale dove alla collaborazione si è sostituita una dura competizione. I sondaggi possono anche dare ragione a questa strategia perché la Lega cresce e i Cinque Stelle recuperano ma a rimetterci è il Paese che non può permettersi di avere i due partner di maggioranza impegnati non a governare ma a guerreggiare. L’esecutivo dopo aver portato a casa i provvedimenti “bandiera” quota cento per la Lega e reddito di cittadinanza per i Cinque Stelle adesso gira a vuoto in preda a veleni e dispetti. E così anche il 25 aprile entra in questa dinamica e la Resistenza viene considerata di sinistra mentre non è affatto così. Scrive Aldo Cazzullo che “dire oggi antifascista in Italia sembra un ossimoro. Eppure il nazifascismo fu sconfitto da liberali e conservatori come De Churchill e De Gaulle e tra i partigiani c’erano giovani di ogni fede politica: cattolici, monarchici, liberali e moltissimi che volevano semplicemente evitare la leva di Salò. E poi ci furono tanti modi diversi di dire no ai nazifascisti. Lo fecero sacerdoti, suore, ebrei, carabinieri, militari e, internati in Germania, campioni dello sport come il ciclista Gino Bartali che con la sinistra non avevano nulla a che fare”. Il 25 aprile insomma fa parte della nostra memoria e dovremmo ricordarlo senza faziosità.

di Andrea Covotta

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