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Forse quella che inizia lunedì prossimo non sarà la settimana più lunga del governo, come è stato scritto da qualcuno, ma certamente per l’esecutivo si apre una fase di verifiche il cui esito non è affatto scontato, perché i fronti aperti sono molteplici e l’orizzonte non è sgombro da nuvole. Al Consiglio straordinario di Salisburgo il premier Conte ha toccato con mano l’isolamento dell’Italia, messa in un angolo dal duo di testa Francia-Germania e abbandonata al suo destino dai governi dell’Est che condividono con Roma lo scetticismo antieuropeo ma non son disposti a darci una mano sulla questione dei migranti. A fine anno si conclude la presidenza austriaca senza che sulle priorità annunciate all’inizio del mandato – migranti, sicurezza, controllo delle frontiere – si siano fatti passi in avanti; anzi, con l’insistenza sul doppio passaporto per gli altoatesini (o sudtirolesi come dicono loro), gli austriaci sono riusciti solo ad irritare un governo, quello italiano, che dovrebbe essere “amico”. A riprova del fatto che le derive nazionaliste generano solo conflitti.

Dopo l’Austria toccherà alla Romania, il cui turno di presidenza Ue coprirà il passaggio elettorale del maggio 2019. Fino ad allora è difficile pensare che qualche decisione di rilievo sui temi scottanti venga presa a livello di Commissione o di Consiglio dei Capi di Stato e di Governo: tutti ipnotizzati dall’attesa del responso delle urne. Una fase di stallo che in qualche modo favorisce chi nella stagione dei bilanci si presenta con un rendiconto insufficiente. E’ il caso dell’Italia, che dovrà affrettarsi per onorare le scadenze e sperare nella benevolenza degli esaminatori di Bruxelles. A metà della prossima settimana dovrà essere approvata la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza per l’anno in corso, che prelude alla presentazione della legge di bilancio 2019 che deve essere approvata a dicembre ma le cui linee direttrici devono essere inviale alla Commissione entro il 15 ottobre. La Lega, ma soprattutto i Cinque Stelle chiedono uno sforamento del deficit previsto per recuperare le risorse necessarie al mantenimento delle promesse elettorali; il problema è capire fino a che punto ci si può spingere senza irritare i partner europei.

Su questa vigilia si innesta una polemica tutta interna alla maggioranza di governo e tutta politica, che pure ha riflessi sui conti dello Stato. I due vertici del centrodestra della scorsa settimana, entrambi nella casa romana di Berlusconi, hanno manifestato un inatteso recupero di centralità del capo di Forza Italia, che ha fatto suonare un campanello d’allarme ai vertici dell’alleato di governo della Lega. Lo sblocco della nomina di Marcello Foa alla presidenza della Rai è il risultato più immediato di questa “rinascita” dell’alleanza moderata ormai a guida leghista, ma c’è anche dell’altro. Il comunicato stilato giovedì sera, dopo la cena fra Salvini, Berlusconi e Giorgia Meloni, parla di una coalizione di centrodestra “unita da valori comuni”, che si presenterà come tale alle elezioni regionali dei prossimi mesi, e di un’impostazione della legge di bilancio rispondente ai criteri del programma elettorale concordato nella primavera scorsa. Ciò vuol dire, per esempio, che tra il finanziamento della riduzione della pressione fiscale e il reddito di cittadinanza, il centrodestra punterà sul primo obiettivo (e infatti Salvini del secondo tema non parla mai), e che sui temi della sicurezza e del contrasto all’immigrazione clandestina il centrodestra chiederà al governo di adottare una linea più intransigente di quella che vorrebbero i Cinque Stelle.

Segnali evidenti di un contrasto politico che porta alla paralisi si sono visti nei giorni scorsi con il nulla di fatto in un paio di riunioni del Consiglio dei ministri. Tutto rimediabile, naturalmente, anche perché non ci sono alternative all’attuale maggioranza, ma in prospettiva gli equilibri potrebbero modificarsi. E le rinnovate intese del centrodestra mostrano che mentre Salvini dispone, almeno sulla carta, di una maggioranza alternativa all’attuale, Di Maio non può dire altrettanto.

di Guido Bossa  edito dal Quotidiano del Sud

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