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Sergio Rubini sul palco dell’Episcopio di Sant’Andrea: siamo tutti un po’ Francesco, duellanti della vita con l’anima sguainata

L’attore ha omaggiato il santo di Assisi in occasione dell’ottavo centenario dalla sua morte. Ad accompagnarlo i Cameratisti del Maggio Fiorentino

di Giulia Di Cairano

Al via l’estate ricreativa e culturale di Sant’Andrea di Conza. Dopo la Festa del rifugiato in piazza Umberto I l’ultimo giorno di luglio, il 1° agosto Sergio Rubini, attore, regista e sceneggiatore, ha omaggiato San Francesco d’Assisi in occasione dell’ottavo centenario dalla sua morte. Ad accompagnarlo i Cameratisti del Maggio Fiorentino – un quartetto d’archi composto da due violini, una viola e un violoncello. Lo spettacolo si è tenuto nel teatro Episcopio, luogo che accoglierà questo agosto, come ogni anno, ospiti illustri in diverse messinscene.

Come ricordato da Rubini, il nome di battesimo del santo, scelto dalla madre, era Giovanni Battista, ma forse, vedendo per primo in quei piccoli occhi qualcosa di più grande, «lo spazio e il tempo che si allargava», suo padre decise di soprannominarlo Francesco, all’epoca non un nome proprio, pensando alla Francia – che non era ancora quella della rivoluzione, ma già protagonista di profonde trasformazioni. Di certo non sarebbe diventato un grande mercante come il padre, ma era destinato a spazi e tempi ancora più estesi.

Francesco, da ragazzo, parlava bene, vestiva bene, inventava stornelli e barzellette. Non passava mai inosservato per le strade di Assisi, «le ragazze abbassavano lo sguardo, ma sorridevano, i vecchi scuotevano la testa, ma lo osservavano». Aveva fame di gloria, applausi, grandi imprese. Oggi sui social si direbbe uno che ha aura, per intendere chiunque abbia, o dimostri di avere, forte carisma e fascino. Questa aura farming lo spinse persino sul campo di battaglia contro Perugia, ma fu sconfitto e fatto prigioniero per un anno. Un anno in carcere a pane e acqua, a pensare, a guardarsi dentro.

Qualcosa cambiò. Tante volte era inciampato nella vita, come tutti, perché tutti, dice Rubini, «siamo in fondo un po’ Francesco, ragazzi che corrono, uomini che cercano, donne che sperano, duellanti della vita con l’anima sguainata e il cuore pieno di sogni in saldo». Ma poi succede un dolore, un incontro, una gioia, un silenzio, che ci segna. Non immediatamente, non da un giorno all’altro. Uscito di galera, Francesco ancora bramava la gloria militare e si mise in viaggio per la Puglia. La prima notte, non lontano da Assisi, pare che sognò la sua casa arredata con armi e divise militari. Poi a Spoleto fece un sogno diverso, Dio che lo prendeva per mano e che con lui camminava e così «cominciò a sentire qualcosa che non era più solo suo, una voce, forse una vibrazione». In Puglia non ci arrivò mai. Si rimise in cammino per Assisi. La conversione è un cammino.

Un giorno Dio gli disse «Va’ e ripara la mia Chiesa». Vendette le stoffe pregiate del padre, il carretto con cui le trasportava e l’asino che lo trainava. «Qui la storia diventa leggenda» narra Rubini «e in mezzo alla leggenda si apre una delle pagine più belle ed emozionanti di quell’opera d’arte viva, fragile, radicale che è la vita di Francesco». Lo scontro con il padre, gli sguardi della gente, il vescovo sorpreso. Tutta, tanta ricchezza, inutile. Vide l’infelicità dei giorni persi a risparmiare, a sommare beni, a moltiplicare titoli, a misurarsi con ciò che l’altro possiede. Vide che l’essere umano aveva dimenticato chi era. Chi è.

Francesco si tolse tutto. «Spoglio di tutto, ma pieno dell’unica verità che conta, la verità di sé». Sapeva però guardare alla concretezza, aveva i piedi saldi a terra e gli occhi rivolti al cielo. Riparò la chiesa di San Damiano con le sue mani e gli strumenti che aveva o che comprava con i soldi dell’elemosina e procedette a ricostruire. Con i fatti, prima ancora che con le parole. Ci fu bisogno di tempo per riconoscersi fratello di tutte le creature, come scrisse nel suo rivoluzionario Cantico, letto magistralmente da Rubini in introduzione. Prima di lui, la vita terrena era solo la copia imperfetta della vita vera, quella ultraterrena, e tutto ciò che era corporeo considerato fonte di peccato.

A lui si unirono altri, tutti poveri, scalzi, nudi, perciò liberi. Anche loro fratelli l’uno per l’altro. Predicavano il Vangelo in una forma pura e umile. Erano tempi di grandi tumulti, la fede stava attraversando una profonda crisi e la repulsione di papa Innocenzo III verso questi frati non tardò ad arrivare. Stringendo strategiche alleanze e forse di nuovo per un sogno, stavolta del papa, plasmato da Dio, Francesco riuscì ad ottenere l’approvazione verbale della sua regola – nonostante numerose riserve.

Continuarono ad abbracciare i lebbrosi, a predicare forse persino agli animali, a benedire i terreni, ma «il vero miracolo fu la sua vita, che trasformava la miseria in gioia […]. Faceva fiorire l’umano». Cantò nel ricevere le stimmate, i segni dell’amore. Quando Francesco si spense, una luce lo avvolse e la sua di luce continuò a brillare. Un illuminato che illumina uno spazio cosmico fatto della stessa natura di quella luce, in un braccio ottico che si estende fino e oltre oggi.

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1 commento

  1. Mi piace. Con poche parole sei riuscita a trasmettere l’essenza del Santo e hai fatto trasparire l’apprezzamento dell’iniziativa del paese e la bravura dell’attore nel trasferire le emozioni.

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