di Virgilio Iandiorio
Occorre ascoltare gli iraniani che parlano del grave momento che sta attraversando il loro paese, ma occorre anche meditare e, ancora di più, far sentire la nostra vicinanza al popolo iraniano. Rimanere in silenzio o girarsi dall’altra parte, come se quegli eventi non ci riguardassero, è una forma larvata di giustificazione degli eccidi perpetrati con belluina sistematicità da regimi illiberali.
Martedì 27 gennaio ore 15 la 3° Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato riunita con La Commissione straordinaria per la Tutela e Promozione dei Diritti Umani, ha ascoltato in Audizione il prof. Pejman Abdolmohammadi, professore associato in Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento.
Il prof. Pejman ha richiamato subito l’attenzione sul fatto che “Da 29 giorni in Iran è in corso una rivoluzione nazionale, una rivoluzione che non riguarda una singola città o una singola classe sociale, ma che attraversa l’intero paese. oltre 200 città dal nord al sud da est a ovest. Secondo le stime disponibili, il 92% della popolazione iraniana si oppone oggi alla Repubblica Islamica e lo sta mostrando al mondo in queste settimane. Le piazze iraniane raccontano un dato inequivocabile. Vi scendono insieme donne e uomini, giovani e anziani, studenti e lavoratori e commercianti, cittadini del centro e delle periferie”.
Il motivo di questa ribellione è subito esplicitato:” Dai 12 ai 75 anni è un’intera nazione che si muove compatta per rivendicare libertà e dignità. Per questo è essenziale chiarirlo con forza. Questa rivoluzione non nasce soltanto dal caro vita o dalle difficoltà economiche, come spesso viene raccontato nel dibattito mediatico. Quelle sono concause, ma non possono essere intese come la causa autentica che anima la popolazione a rivendicare una vera libertà. Alla radice di questa mobilitazione, infatti, vi sono ragioni profondamente sociali, politiche e culturali”.
L’Iran è più vicino all’Italia di quanto si possa pensare. Alcuni anni fa ho incontrato degli iraniani in Italia, ai quali chiesi, tra le altre cose, se conoscessero qualche personaggio italiano. Mi risposero Enrico Mattei, quello che nel 1953 fondò l’ENI.
Il prof. Pejman sul rapporto dell’Italia con il suo paese afferma:” Esiste inoltre un rapporto storico di amicizia, come ben sapete, tra l’Italia e l’Iran. Un futuro Iran democratico riaprirebbe spazi significativi di cooperazione economica e commerciale a partire dal settore energetico dove in passato vi sono già state collaborazioni importanti con Eni e numerose realtà italiane, penso anche alle autostrade, alle ferrovie varie, ma oggi è fondamentale per noi in Italia sostenere con fermezza le richieste di libertà, laicità e democrazia che oggi sono il cuore delle richieste della popolazione iraniana”.
Quello che chiede “una popolazione stanca, esausta, schiacciata dal peso della legge islamica e dalla sua pervasività nella vita quotidiana” è poter sentire la voce di chi dichiara liberamente e sinceramente di condividere le loro aspirazioni e di dare loro il sostegno morale necessario, per non sentirsi soli.



