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Nel braccio di ferro ingaggiato con la Commissione europea che ha chiesto significative modifiche alla manovra economica minacciando l’apertura di una procedura di infrazione, il governo italiano ha coinvolto altri protagonisti nel tentativo da una parte di rompere l’isolamento in cui si è cacciato, dall’altra di denunciare la responsabilità di autorità “esterne” nell’eventuale condanna del nostro Paese. Da ieri l’indice è puntato contro il presidente della Banca centrale europea reo, secondo Luigi di Maio, di “avvelenare il clima” per aver lanciato l’allarme sullo spread, salito in seguito al contenzioso con l’Europa. Per la verità, proprio ventiquattr’ore prima era stato il presidente del Consiglio a chiedere a tutti (ministri italiani e commissari di Bruxelles) di “abbassare i toni” e avviare un “dialogo costruttivo”, altrimenti lo spread s’impenna e questo chiaramente “è un problema”. Draghi non aveva detto niente di diverso, anzi aveva ribadito la sua moderata fiducia in un accordo fra i contendenti; e la reazione stizzita di Di Maio (e anche del ministro Savona) dimostra quanto meno che c’è un qualche nervosismo che, questo sì, complica le cose.
Giuseppe Conte aveva provato a spargere olio sulle polemiche parlando a Mosca a margine del suo incontro con Vladimir Putin; e qui siamo alla manovra per uscire dall’assedio, che ha trovato una sponda consistente nell’interlocutore del Cremlino. Putin è stato prodigo di complimenti per l’andamento dell’economia italiana anche se non si è spinto fino a promettere esplicitamente di investire rubli per l’acquisto di quote del nostro debito pubblico. Si è limitato a dire che non ci sono remore di carattere politico. D’altra parte, nella valutazione delle agenzie internazionali la solvibilità della Russia è pari a quella dell’Italia, cioè molto bassa, il che significa che l’apertura di credito di Mosca è più politica che finanziaria, e se ne comprende il motivo. Putin è interessato a indebolire l’Unione europea fino a comprometterne la stabilità perché pensa in questo modo di allentare la morsa delle sanzioni che appesantiscono la propria economia e che dovrebbero essere rinnovate a dicembre, e per questo incoraggia l’Italia a differenziarsi da Bruxelles. Già un altro ministro italiano recentemente in visita a Mosca, Matteo Salvini, si era detto contrario alle sanzioni: logico che Putin consideri queste posizioni come un cuneo per scompaginare il fronte avversario, in ciò curiosamente trovandosi d’accordo con l’America di Trump, intransigente sulle sanzioni ma al contempo impegnata a scalzare per quanto possibile la solidità della coesione europea.
Ci si potrebbe chiedere: ma tutto ciò che c’entra con lo spread o con il rating delle agenzie internazionali che stanno penalizzando l’Italia? Effettivamente c’entra poco: lo spread, infatti, cioè il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (i più solidi), misura il grado di fiducia degli investitori e dei risparmiatori cui viene chiesto di finanziare il nostro elevatissimo debito; il giudizio delle agenzie di rating (ieri si aspettava quello di Standard & Poor’s) misura il rischio dell’investimento e stabilisce il relativo premio che va riconosciuto a chi acquista i nostri Bot decennali. Quando Mario Draghi dice che sono le vicende nazionali di un paese a determinare l’andamento dei tassi di mercato, fotografa oggettivamente la realtà, perché è l’analisi di fattori come il debito, la crescita, il tasso di occupazione, la produttività delle imprese a stabilire il grado di fiducia da riporre in un sistema nel suo complesso. Se manca la fiducia, ogni intervento esterno rischia di essere inutile.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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