Giovedì, 15 Ottobre 2026
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Riceviamo e pubblichiamo da Michele de Gaetano un contributo, in risposta alla riflessione di Virgilio Iandiorio di giovedì scorso dal  titolo Il costo incommensurabile della libertà.

“Con l’occasione, mi piace inviarti una paginetta di un libriccino scritto da Vincenzo Maria Fabbricatti, “La deportazione in Germania 23 settembre 1943-18 maggio 1945. Il mio calvario”, in cui una bellissima prigioniera rivendica la sua identità ucraina. Vincenzo Maria, ispettore compartimentale delle imposte dirette, nel 1992 decise di cominciare a scrivere la sua vita molto tumultuosa, drammatica per alcuni anni e molto divertente negli anni della fanciullezza e giovinezza a Napoli. Il volume venne pubblicato da  Vincenzo Maria in pochissime copie dattiloscritte da lui stesso sulla sua prigionia in Germania”.

Cap. 33. La bella ucraina

Una sera di fine primavera del 1944, nel pomeriggio vicino al campo dei russi, notai una fanciulla molto graziosa, appoggiata al reticolato di recinzione. Era pensierosa e mesta, o, per lo meno così sembrava.

Nel campo dei russi, confinante quasi con il mio, si accedeva attraverso una porta di legno a due battenti alti e larghi, come quelli dei Ranch americani.

Fui attratto dalla sua figura, dal suo corpo ben modellato, dal suo viso angelico, e, ferma ed immobile com’era, mi sembrò un’immagine scolpita o dipinta di rara bellezza che solo madre Natura sa e può fare.

Allora mi avvicinai e, inclinando la testa in segno di saluto, le chiesi se fosse russa. Ucraina, mi corresse, nel corrispondermi al saluto nello stesso modo e, precisando, aggiunse, dell’Ucraina Bianca.

Ciò fu sufficiente per dare  inizio a un colloquio che durò circa mezzora..

Cercammo di superare parzialmente la difficoltà degli idiomi mediante gesti che facevano comprendere il senso delle parole e delle frasi pronunziate, ora nella nostra rispettiva lingua d’origine, ora in quella tedesca, per quel poco che ne conoscevamo

Ognuno di noi raccontò la propria storia, la propria sventura. La sua, quella di Katia, così mi disse di chiamarsi, fu, certamente, la più commovente.

A quindici anni aveva perduto i genitori in un rastrellamento dei tedeschi, preceduto da un conflitto a fuoco. All’epoca dei fatti che sto descrivendo, ne aveva, invece, diciotto.

 

 

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