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E’ passato un anno da quel voto. Malgrado l’amarezza e le incertezze del tempo presente, il 4 dicembre 2016 rappresenta un tornante, una svolta nella storia della democrazia italiana. Con oltre 19 milioni di voti a favore del No, il responso è stato netto e definitivo, gli elettori ancora una volta hanno espresso fiducia nel modello di democrazia prefigurato dai padri costituenti e nei beni pubblici repubblicani che quel modello attribuiva al popolo italiano. Cancellando la riforma Renzi/Boschi, è stato travolto anche lo strumento attuativo di quella riforma, l’Italicum, che la Corte Costituzionale, pur con una pronuncia molto prudente, ha smantellato nella sua impostazione fondamentale: il ballottaggio, che garantiva alle elezioni il carattere di una mera procedura per l’investitura del capo politico.

Ad un anno di distanza da quell’evento, purtroppo dobbiamo constatare che questa sfida a restituire vitalità e slancio alla democrazia italiana, non solo non è stata raccolta, ma si è cercato e si cerca tutt’ora di ridurre il voto del 4 dicembre ad un mero incidente di percorso, ad un evento negativo da enucleare per poter poi riprendere la strada del consolidamento di un ordinamento oligarchico nel quale le decisioni politiche sono confinate nelle mani di pochi individui, nel contesto di una democrazia asfittica. Non c’è stato nessun ripensamento per quelle scelte che hanno inciso profondamente sui diritti sociali che danno sostanza alla democrazia costituzionale, come le pensioni ed il c.d. “job’s act”, o che hanno sfigurato quell’”organo costituzionale” che è la scuola pubblica: scelte che sono state licenziate da un Parlamento incapace di dialogare con la società civile o di rispondere del suo operato in quanto composto esclusivamente di nominati, grazie ad una legge incostituzionale come il Porcellum.

Ma è ancora più grave che, alla domanda di partecipazione popolare di rinnovamento della vita politica e delle istituzioni, esplosa attraverso il voto del 4 dicembre, ci sia stata una risposta di chiusura assoluta e di cristallizzazione dei malanni che asfissiano la democrazia italiana. Abbandonato – obtorto collo – il sogno incostituzionale della democrazia d’investitura, i decisori politici hanno confezionato, attraverso il rosatellum, imposto al Parlamento con la violenza di 8 voti di fiducia, un sistema elettorale che, pur non potendo conseguire alcun risultato pratico in termini di governabilità, risponde perfettamente all’esigenza dei principali partiti di sequestrare la rappresentanza parlamentare, impedendo che i cittadini elettori possano mettere becco nella scelta dei propri rappresentanti, che ancora una volta, come capitava col porcellum, saranno nominati dai capi dei partiti e solo a questi dovranno rispondere. Ma il rosatellum si spinge anche oltre togliendo all’elettore, con il meccanismo del voto unico, persino la possibilità di fare una scelta libera fra liste e candidati. In questo modo viene perpetuato il ruolo dei partiti come strutture di potere autoreferenziale contro il progetto costituzionale che, all’art. 49, aveva concepito i partiti come canali di partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, quindi come strutture della società civile, poste sul confine fra la società e lo Stato. Ed è stato nuovamente mortificato il ruolo del Parlamento. Con questa legge elettorale il nuovo Parlamento conserverà gli stessi difetti che hanno caratterizzato la legislatura attuale e quelle precedenti, sarà composto da un corpo di rappresentanti che non rispondono al popolo sovrano ma solo al ceto politico che li ha nominati. Dobbiamo concludere che sono state vane le speranze che hanno animato la passione politica di migliaia di giovani e meno giovani che con generosità si sono impegnati per respingere, attraverso il referendum del 4 dicembre 2016, la definitiva cristallizzazione dei malanni che hanno asfissiato la democrazia italiana, animati dalla speranza che lo spirito vivificatore della Costituzione avrebbe rinnovato la vita collettiva della nostra comunità politica organizzata in Stato?

Certamente no! La storia ci insegna che la Costituzione, appena promulgata, fu congelata e resa inoperativa in molti suoi aspetti principali dalle forze politiche che avevano assunto il governo del Paese, che miravano, per quanto possibile, a mantenere la continuità fra l’ordinamento giuridico fascista e quello repubblicano, come ebbe a denunciare Piero Calamandrei in un famoso discorso tenuto al teatro lirico di Milano il 28 febbraio 1954. Questo non impedì che negli anni successivi si avviasse una stagione politica di disgelo costituzionale e che fosse lanciato un percorso di attuazione dei principi e valori costituzionali. Il percorso di attuazione del voto del 4 dicembre non è ancora iniziato, ma noi siamo fiduciosi che il seme che è stato piantato in quella storica data al tempo giusto darà i suoi frutti.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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