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Un banco di prova per i vincitori

Dopo il “cataclisma elettorale” del 4 marzo (titolo di “Le Monde”) l’attenzione dei commentatori politici italiani si è prevalentemente concentrata sul destino dello sconfitto, il Pd, trascurando i problemi che il risultato del voto ha posto ai due indiscussi vincitori, Cinque stelle e Lega, premiati sì dal consenso popolare ma non messi in grado di formare un governo, se non trovando un improbabile accordo fra di loro o convincendo il perdente a fare da stampella all’uno o all’altro. Dopo una campagna elettorale che nell’ultimo anno e mezzo, in pratica dal referendum costituzionale del 2016, ha visto svilupparsi un fuoco concentrico sempre più virulento contro Matteo Renzi e il suo partito, con la partecipazione di buona parte della grande stampa e dell’informazione televisiva, tutto questo interesse alle sorti del Pd era in qualche modo scontato; ma ora sarebbe legittimo attendersi dell’altro, visto che le elezioni politiche non sono (solo) l’occasione di una resa dei conti ma anche e forse soprattutto il punto di partenza per una riconsiderazione del bene comune del Paese e dei suoi cittadini, che si sono espressi nel voto, nell’ottica di una democrazia che resta pur sempre un traguardo da raggiungere, come ha ricordato il Capo dello Stato nel suo intervento alla cerimonia  della Giornata internazionale della domma, l’8 marzo.

I risultati di domenica scorsa parlano chiaro. Non c’è dubbio che l’onere di garantire la governabilità nei prossimi anni spetta a chi ha vinto il massimo della posta; ma in questo caso la divisione in due del bottino complica le cose. Ad ogni evidenza, le priorità di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini, i due vincitori, non coincidono. Il secondo può anche aspettare a riscuotere la parte di dividendo che gli compete: più passa il tempo, più ha la certezza di consolidare il suo ruolo di leader della coalizione di centrodestra, appropriandosi delle truppe berlusconiane disorientate e con un capo indebolito e come sempre privo di eredi. Diverso è il caso di Luigi Di Maio, che invece ha fretta di passare all’incasso, prima che gli elettori gli chiedano conto delle promesse distribuite a piene mani nelle scorse settimane. Le file davanti ai Caf di alcune province meridionali di elettori che reclamavano il reddito di cittadinanza saranno anche state enfatizzate da qualche malpensante, ma restano comunque un campanello d’allarme, anche perché è un fatto che la sensibilità degli italiani è mutevole. I Cinque stelle sono andati bene dovunque, soprattutto al Sud, ma a Roma e Torino, dove governano (male) da meno di due anni, sono usciti con le ossa rotte, e il Pd è tornato primo partito.

Dunque, la fretta di Di Maio è comprensibile, ma visto l’esito del voto si può immaginare che il percorso per arrivare ad una soluzione di governo non sarà né breve né agevole. La prima tappa è già fissata per il 23 marzo, quando si insedieranno le nuove Camere, che dovranno eleggere i rispettivi presidenti. La tentazione di spartirsi le cariche (una ai grillini, l’altra alla Lega) è forte, ma, a prescindere dai designati (i nomi che si fanno sono quasi tutti rispettabili), un condominio del genere sarebbe in contraddizione con la disponibilità, che è più di Di Maio che di Salvini, a “voltare pagina” chiamando il Pd alla collaborazione per “cambiare l’Italia”. E’ chiaro che l’onere di fare una proposta di garanzia per le massime cariche istituzionali spetta a chi ha vinto, e sarà questo il primo banco di prova soprattutto per i grillini che più dei leghisti aspirano, legittimamente, a guidare il governo. L’appuntamento si avvicina, e prima ancora della maggioranza dei due rami del parlamento che si coagulerà per l’elezione dei due presidenti, sarà il metodo scelto per l’individuazione dei candidati a dimostrare la buona volontà dei gruppi maggioritari.

La questione del governo viene solo in un secondo momento; ma anche in questo caso saranno i vincitori a doversi esprimere in prima battuta, prima l’uno (Di Maio, che rivendica per sé la mossa d’avvio), poi eventualmente l’altro. Non si può certamente chiedere al perdente di concedere a scatola chiusa una disponibilità che equivarrebbe ad una resa senza condizioni; eppure è più o meno quello che si sta leggendo su giornali anche prestigiosi. Può anche darsi che la pressione, mediatica e non solo, sui democratici li convinca a cedere, in questi caso il governo nascerà alle condizioni poste dai Cinque stelle e il Pd si avvierà verso un triste declino. Ma se ciò non avvenisse, la strada della governabilità sarebbe lunga. Ci sarà un tentativo Di Maio, poi uno di Salvini, poi forse altre figure meno caratterizzate. L’extrema ratio, una volta bruciate tutte le altre possibilità, potrebbe essere un’iniziativa del Presidente della Repubblica, sulla falsariga dell’appello al senso di responsabilità di tutti lanciato l’8 marzo. Ma ci sarà tempo per parlarne.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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