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“Un fantasma in pretura”, Zingaropoli e la casa infestata dagli spettri in Irpinia

Francesco Zingaropoli, avvocato originario di Taranto, è il duplice protagonista del romanzo di Carlo Animato “Un fantasma in Pretura” (Franco Di Mauro Editore),  viaggio “spiritoso” alla scoperta delle fragilità della ragione. Una intrigante storia tutta napoletana di “spiriti inquilini”, in cui medium e studiosi, vittime e spettri, danno il meglio e il peggio di sé. Duplice perché vi compare sia come esperto mondiale di fenomeni parapsichici (come un tempo si definiva il paranormale), sia come legale degli inquilini, perseguitati dal fantasma nella loro bella casa del centro antico di Napoli.

La vicenda raccontata è un fatto vero, accaduto nel 1907, ma non fu la sola, nella storia delle bizzarrie processuali, in quanto (ed è lo stesso Zingaropoli a tramandarla) abbiamo notizia di un altro processo, un altro giudice, un’altra casa infestata ben due anni prima. E il fatto avvenne in Irpinia, ad Altavilla.

Il padrone di casa, che si chiamava Luigi Camerlengo, a inizio gennaio chiamò in giudizio i suoi inquilini, Rosaria Marrone e Carmine Severino, i quali avevano fatto scadere la pigione senza aver provveduto al pagamento del fitto. E perché? Perché, risposero, nell’appartamento ci stavano gli spiriti e dunque era inabitabile. A tal proposito, ecco un paio di testimonianze addotte in tribunale, a riprova dell’esistenza in loco del fantasma.

Carmela Matto, di anni 60, contadina: “Ho abitata la casa del Camerlengo e, durante la notte, venivo disturbata con pesi enormi sul mio corpo. Al principio credetti che erano gli spiriti dei miei morti e, siccome gli altri affittuarii sono stati disturbati anche loro, così mi convinsi che erano spiriti esistenti nella casa e, per tale ragione, sloggiai al par di essi”.

Michelangelo Camerlengo, di anni 31, contadino: “Una notte uscii per un bisogno, sentii grida nella casa di Rosaria, chiamai mia moglie e insieme, bussando alla porta, dopo molto tempo, la Rosaria uscì e raccontò che erasi messa sulla sua persona un’altra persona e le tolse la parola. Anch’io, una notte fui afferrato a un braccio”.

A margine di queste parole (raccolte nell’italiano incerto dei primi del secolo scorso), l’esperto del paranormale rilevava che altre testimonianze erano state malauguratamente scartate dal giudice, le quali, a suo dire, avrebbero invece potuto avere un’importanza decisiva. «Infatti a me» commenta Zingaropoli, «fu riferito esser molto diffusa in Altavilla la voce che la precedente proprietaria, che vendette la casa ai Camerlengo, ebbe alcune contrarietà in occasione e per effetto del contratto di trasferimento e ne morì assai addolorata…».

Volete sapere come andò a finire? Che il giudice conciliatore, irritato dal contenuto intangibile della causa, ma ancor più dal modo in cui i legali avevano impostato la discussione (“evidentemente si vuol fare una contesa sullo spiritismo e, da una parte e dall’altra, si cerca di ammettere o di distruggere tale dottrina nel proprio interesse”), respinse la richiesta degli inquilini, dichiarando impossibili quegli strani fenomeni per “incertezza della dottrina che cerca di sostenere i problemi dell’Ignoto”.

Tuttavia l’operato del giudice fu discutibile. Perché se prima aveva ammesso le testimonianze non poteva ignorarle poi; e se invece era già certo di suo che il paranormale non esiste, allora non avrebbe dovuto accettarle e farle mettere a verbale. E anche liquidare sbrigativamente le parole dei testimoni, così come fece (“se non sono false, sono certo il frutto di fantasie alterate”), avrebbe meritato invece una contestazione punto per punto.

Ma tant’è. Nel febbraio del 1905, la causa finì in un nonnulla, però Luigi Pirandello potrebbe aver preso spunto proprio dalla vicenda di Altavilla per una sua sapida novella (La casa del Granella), pubblicata quella stessa estate. E fu così, insomma, che una bizzarra storia irpina di poltergeist e tribunali, nelle mani sapienti del commediografo di Girgenti, assunse connotati deliziosamente siculi…

 

 

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