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Un progetto che riparta dal sapere

Al Partito democratico serve un padre dice Romano Prodi. Il fondatore dell’Ulivo e coscienza critica del centrosinistra ritiene che oggi c’è bisogno di una figura autorevole che sappia tranquillizzare e riconciliare ma anche decidere perché il Paese è ormai da tempo estenuato da diatribe, rancori, isterismi e liste di proscrizione e non c’è bisogno di mettersi in divisa per apparire forte. Chiaro il riferimento a Salvini. Prodi insomma punta ad un partito democratico decisamente alternativo rispetto all’attuale maggioranza sulla scia di quanto successe nel ’96 quando la sua figura da “parrocco di campagna” era molto diversa dall’universo berlusconiano.  Allora il centrosinistra mise a punto la formula di due partiti importanti come il Partito Popolare e il PDS e una serie di figure autorevoli come Maccanico, Dini e Di Pietro unite dal collante prodiano. Un esperimento che funzionò salvo poi sfasciarsi successivamente. Ora il cantiere del partito democratico è di nuovo aperto. Tante cose sono cambiate in questi 23 anni ma il campo del centrosinistra resta ancora litigioso e alla ricerca di una nuova identità. L’idea di unire le forze cattoliche, riformiste e ambientaliste in unico contenitore a distanza di oltre dieci anni non ha funzionato pienamente.  Il PD è in una transizione infinita dopo la leadership di Matteo Renzi e adesso si è ridotto ad una opposizione a prescindere senza indicare una strada alternativa.  Enrico Letta parte dalla riflessione che la crisi del centrosinistra italiano comincia quando proprio con Renzi si scimmiottano i populisti, si aprono allora quelle fessure che rendono loro più semplice spalancare il portone. Nasce da questa analisi il risultato elettorale che ha premiato due forze anti-casta come il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini. Un governo che non è nato dalle urne ma da un accordo in Parlamento tra due forze unite solo a livello nazionale ma che vanno sempre divise alle elezioni amministrative. L’ultimo esempio è l’Abruzzo che dimostra plasticamente come ormai la vera forza trainante dell’esecutivo è la Lega di Salvini che arriva al 27,5 per cento. Alle politiche del quattro marzo scorso il partito di Salvini aveva preso il 13,9, insomma un raddoppio dei consensi in meno di un anno. Al contrario i cinque stelle scendono dal 39,9 al 19,7. Venti punti in meno. I numeri sono chiarissimi anche se ovviamente si tratta di due elezioni diverse ma danno il senso di un cambiamento che si è prodotto non solo in Abruzzo. Come nota Stefano Cappellini “è presto per dire se le regionali abruzzesi abbiano resuscitato il vecchio bipolarismo destra-sinistra ma di certo hanno gelato le speranze, di ci, come Di Maio, sperava che l’accordo tra Cinque Stelle e Lega diventasse anche la base del bipolarismo della Terza Repubblica: populisti grillini contro populisti leghisti, con l’obiettivo di spartirsi il grosso della torta”. Una previsione che non ha funzionato. Non può sorridere neanche il PD però. Il centrosinistra ha scavalcato i cinque stelle ma è ancora troppo presto per una ricostruzione di un’area piena di macerie. Il prossimo tre marzo con le primarie si disegnerà un nuovo inizio. Un’intesa tra partiti e forze civiche può essere una ripartenza e così ancora Enrico Letta ritiene che occorre rielaborare un progetto che parli al Paese partendo dalle nuove generazioni e che metta al centro il sapere perché i cinque stelle sono andati al potere contro la tecnocrazia, contro i parrucconi ma un politico incompetente finisce per ridare tutto il potere ai burocrati. Nino Andreatta da ministro ne sapeva più dei suoi direttori generali. Oggi purtroppo non è così, prevale l’idea che basti una ricerca su Google per trovare ogni risposta, non serve studiare.

di Andrea Covotta

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