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Un programma minimo e un ultimatum

Il secondo governo Conte, sostenuto da una maggioranza marcatamente di sinistra ma privo, al momento, di un programma ben definito e soggetto ad una pesante ipoteca da parte dei Cinque Stelle inaccettabile per il Pd, nasce principalmente dall’esigenza, avvertita in settori diversi dello schieramento politico, di arginare il dilagante salvinismo che si era manifestato con la richiesta di “pieni poteri” da utilizzare per imprimere una stretta reazionaria in politica interna, antieuropea e isolazionista in politica estera. La minaccia per l’ordinamento democratico costituita dalle esplicite intenzioni del ministro dell’Interno e capo della Lega, era emersa progressivamente dopo le europee del 26 maggio, il cui esito aveva terremotato il panorama politico, ponendo tutti i protagonisti della scena di fronte ad un bivio: o andare al rinnovo del Parlamento nella presunzione di adeguare la rappresentanza nazionale alle intenzioni di voto manifestate dai cittadini, oppure (opzione egualmente legittima) vedere se le Camere elette il 4 marzo 2018 (dunque meno di un anno e mezzo fa) possano esprimere una diversa maggioranza capace di portare a termine una legislatura che non è ancora giunta a metà del suo cammino.

Matteo Salvini aveva scelto la prima opzione, convinto che bastasse la sfiducia al governo per ottenere nuove elezioni; ma si è subito reso conto di aver commesso un passo falso, tanto è vero che non ha chiesto la calendarizzazione della sua mozione mentre ha fatto ponti d’oro a Luigi Di Maio per convincerlo a confermare l’alleanza, fino a promettergli la guida del governo.

Nel giro di pochi giorni ha prevalso la seconda ipotesi, sulla quale sta ora lavorando Giuseppe Conte, che è stato il primo a comprendere la delicatezza della propria posizione. Il termine “trasformismo” usato da alcuni commentatori non è adeguato a descrivere la situazione attuale, in quanto non siamo di fronte al passaggio in maggioranza di settori della vecchia opposizione, ma al cambio di casacca del capo del governo in quale, sfiduciato da parte della sua maggioranza, si offre a quella nuova e diversa che si sta formando accettando la sponsorizzazione di uno dei due contraenti dell’inedito patto politico.

Se l’operazione andrà in porto, per valutarne la consistenza politica e quindi ipotizzarne la durata, bisognerà aspettare di conoscere il programma del nuovo governo e la sua composizione. Il primo obiettivo, infatti, l’emarginazione della Lega, è stato già raggiunto; ma di per sé non garantisce altro, come dimostrano le dispute in corso sul “peso” da attribuire nel governo ai due principali partiti che lo compongono, senza tener conto delle richiese che legittimamente presenteranno i minori contraenti della coalizione. C’è da aggiungere che il pesante ultimatum lanciato da Luigi Di Maio al termine del primo giro di consultazioni del presidente incaricato pone una seria ipoteca sul prosieguo della trattativa. Il capo politico del partito di maggioranza relativa, pur indebolito dal fallimento del governo da lui fortemente voluto e contestato da ampi settori del suo movimento (e forse anche da Beppe Grillo), ha in pratica messo sul tavolo la pregiudiziale dell’accoglimento integrale del programma pentastellato, con la formula del prendere o lasciare, che non può non imbarazzare Giuseppe Conte che si era presentato come il demiurgo della nuova alleanza di governo.

Ora, sconfitto per autogol il populismo di destra, resta da arginare il populismo di sinistra per far emergere un riformismo realistico, lontano dalle fumisterie demagogiche e ancorato all’Europa. Per riuscirci, il presidente incaricato dovrebbe fare ciò di cui non è stato capace nella sua prima prova a palazzo Chigi. Non sarà impresa facile: se non riuscisse ad ammansire Di Maio, potrebbe dover dichiarare fallimento ancor prima di aver cominciato.

di Guido Bossa

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