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Nelle due votazioni parlamentari più pericolose che il governo ha dovuto affrontare finora al Senato si è potuto constatare con mano che la maggioranza, nella Camera alta, corre sul filo del rasoio, e senza l’aiuto di Forza Italia e della destra di Giorgia Meloni rischia di essere sconfitta. I numeri comparsi sul tabellone di palazzo Madama non devono trarre in inganno: se Matteo Salvini, mercoledì scorso, ha potuto registrare una valanga di “no” alla richiesta di rinvio a giudizio per il caso Diciotti è solo perché ha ottenuto il determinante soccorso di due gruppi di opposizione; e quando il giorno successivo è toccato al grillino Danilo Toninelli affrontare la richiesta di sfiducia dei senatori, solo il voto a lui favorevole di tre colleghe che stanno per essere espulse dal partito per indisciplina lo ha salvato da una brutta figura.

In queste condizioni ha davvero poco senso dire, con il ministro dell’Interno, che “l’importante è che la maggioranza ci sia quando ci deve essere”: la navigazione parlamentare del governo non può essere soggetta al capriccio di pochi voti o al bilancino delle convenienze dei singoli partiti alleati. I ministri della Lega hanno lasciato pressoché solo il loro collega delle Infrastrutture sottoposto al sarcasmo dei senatori dem; e quanto a Salvini, subito dopo essere stato assolto dagli alleati in Aula ha dovuto sorbirsi le critiche di Di Maio proprio sulla gestione della politica di sicurezza, dalla quale il capo leghista ha ricavato in questi mesi un vero e proprio bum di consensi. Ora, sembra di capire che il capo del Movimento Cinque Stelle non sia più disposto a subire l’iniziativa dell’ingombrante partner di governo: rivendica un ruolo come vice presidente del Consiglio e “leader della forza politica che ha più eletti in parlamento” e, nel merito, sembra denunciare i limiti di una gestione della sicurezza basata solo sulla paura. E’ difficile che Salvini gli ceda spazio su un terreno che è diventato sua riserva di caccia esclusiva e più che redditizia (neppure il premier vi mette bocca); anzi è prevedibile che la presa del titolare del Viminale su questa materia diventi ancor più stringente, e quindi fonte di ulteriori tensioni nella maggioranza. Se il sequestro e l’incendio dello scuolabus sulla Paullese non si è concluso in tragedia grazie alla prontezza di spirito dei ragazzi e alla professionalità dei carabinieri, resta il fatto che mai come in quelle drammatiche ore di mercoledì scorso l’Italia si è trovata sull’orlo di un disastro nazionale senza precedenti. Chi si era illuso che lo stellone avrebbe continuato a proteggere il nostro Paese risparmiandoci i lutti che il terrorismo internazionale o autoctono ha già provocato in mezza Europa, deve ora ricredersi e forse prepararsi al peggio. L’Italia è vulnerabile come la Francia, la Germania, l’Olanda, il Belgio, per citare solo alcuni dei nostri vicini colpiti in anni recenti; e in questa situazione la cosa peggiore da fare sarebbe mettersi a litigare anche sulla sicurezza. Invece, la deriva competitiva sulla quale si stanno incamminando i due partiti di governo, insufficientemente controllati dal capo dell’esecutivo, non promette nulla di buono.

di Guido Bossa

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