Mercoledì, 15 Luglio 2026
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Ci sono episodi che quando avvengono non tutti ne comprendono l’importanza ma che si rivelano determinanti e fondamentali per aprire o chiudere un’epoca. Il 14 ottobre del 1980 a Torino quarantamila impiegati e quadri della Fiat manifestano contro le violente forme di picchettaggio che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare da 35 giorni. Una giornata che segnerà un punto di svolta nelle relazioni sindacali. La prima conseguenza è la progressiva perdita di influenza del sindacato stesso sulle dinamiche del lavoro in Italia. Insomma è la fine di un’era e una sconfitta storica per il PCI di Enrico Berlinguer che contesta la decisione della Fiat di ricorrere ad un massiccio piano di licenziamenti e cassa integrazione dopo una forte crisi produttiva. Si chiude con quella marcia una fase storica. Il segnale che una buona parte della società italiana sta cambiando e le antenne solitamente attente della sinistra e del sindacato stavolta non se ne sono accorte. Si sta imponendo un nuovo modello che come accade anche oggi parte dagli Stati Uniti dove la vittoria di Ronald Reagan ha imposto politiche neo-liberiste che la Thatcher farà proprie in Europa. In Italia perdono consensi DC e PCI e sale la stella di Bettino Craxi che anticiperà un modo nuovo di fare politica: meno potere al partito e più potere alla persona che incarna essa stessa un progetto. Un benessere più legato al singolo individuo sganciato dall’appartenenza ad una classe  sociale.  Meno legami insomma e più libertà individuali. Craxi anticipa quello che sarà il DNA della seconda Repubblica dove rapidamente i partiti cederanno spazio alle singole personalità. Il berlusconismo e il renzismo che hanno anticipato la stagione attuale di Salvini e Di Maio. Il volto che identificò la marcia dei 40mila è quello di un signore che oggi ha 92 anni e si chiama Luigi Arisio. Intervistato qualche tempo fa dalla Stampa ha respinto la tesi che quella manifestazione ha anticipato il populismo e il qualunquismo e in per certi versi il grillismo, sostenendo che quella era una marcia per la libertà, per il diritto al lavoro e che proprio perché i diritti non sono eterni, non sono regali per grazia ricevuta. Bisogna lottare ogni giorno per lucidarli, per far sì che resistano e siano vivi in mezzo a noi. Vanno difesi ogni giorno, in ogni ambito.  Eppure nonostante le parole di Arisio quella manifestazione ha segnato la chiusura di un’epoca quella del ’68, delle lotte sindacali che hanno caratterizzato tutti gli anni settanta. Finisce l’età dell’impegno e comincia quella del disimpegno. Vengono meno le tradizionali forme di mediazione. Quella discesa in campo dei “colletti bianchi” della Fiat, che pure aveva nobili ragioni, ha insomma aperto la strada ad un cambiamento di un intero quadro sociale.  Come ha scritto il direttore dell’espresso Marco Damilano “La rivoluzione conservatrice comincia in quell’autunno 1980. E non è più finita. L’agenda della storia, che per decenni sembrava in mano alla sinistra, cambia di segno. La classe operaia finisce nella riserva indiana, a dettare i tempi e i modi del cambiamento sono gli altri. Sono loro a stabilire cosa è riformismo e dunque moderno, e cosa non lo è, cosa va lasciato indietro, come un residuo.  In apparenza si predica una politica più pragmatica e tecnocratica. Salvo poi accorgersi che anche quella conservatrice, come ogni rivoluzione, è figlia di un’ideologia. La più feroce perché ha la presunzione di rappresentare il capolinea della storia, tagliando fuori qualsiasi altra visione del mondo. La sinistra oggi è ridotta male perché è senza identità, traumatizzata da una sconfitta culturale, in un mondo che non capisce e che non sa interpretare”.

di Andrea Covotta edito Dal Quotidiano del Sud

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