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Di fronte al coinvolgimento di Matteo Renzi e del Partito democratico nell’inchiesta aperta dalla Procura di Firenze sulla Fondazione Open, i cui dirigenti sono accusati di reati gravi quali riciclaggio, traffico d’influenze e finanziamento illecito, è lecito interrogarsi ancora una volta sul rapporto fra potere politico e giudiziario e forse, più in generale, sull’evoluzione del sistema politico italiano negli ultimi decenni. Attenzione: il riferimento al Partito democratico e non a Italia Viva, la neonata formazione renziana, non è frutto di una svista: quando i magistrati sostengono che Open avrebbe agito per anni come “articolazione di un partito politico”, si riferiscono proprio al Pd, di cui Matteo Renzi è stato segretario fino al 12 marzo 2018, con Cuperlo e Orfini presidenti, Guerini, Serracchiani e Martina vice segretari. La fondazione Open è stata attiva dal 2012 all’aprile 2018 ed ha sempre avuto come obiettivo dichiarato il sostegno all’iniziativa politica di Matteo Renzi, prima esponente e poi per due volte eletto segretario del Pd; Italia Viva è stata fondata il 18 settembre 2019 ed è oggi accreditata di un consenso virtuale attorno al 5%; molti dirigenti e parlamentari del Pd non hanno seguito Renzi nella sua nuova avventura politica e sono rimasti nel partito del Nazareno. Considerando questa sequenza cronologica, non stupisce l’imbarazzato silenzio del Partito democratico, la cui storia è strettamente intrecciata con quella dell’ “articolazione” sulla quale indagano  i magistrati; a meno di non voler pensare che Zingaretti e i suoi sperino di potersi liberare da ogni sospetto semplicemente scaricando ogni colpa (peraltro ancora da dimostrare) sull’ex segretario. Ma se questa fosse l’intenzione, basterebbe una fulminante dichiarazione di Alessandro Di Battista al “Fatto” a chiudere ogni possibile via d’uscita: “Ritengo che i dem e la Lega siano estremamente simili tra loro, come lo sono Renzi e Salvini”.

Insomma, se alla fine dell’inchiesta e dei processi che seguiranno (ma quando?) Matteo Renzi risultasse colpevole, sarebbe difficile per il Pd sottrarsi ad una responsabilità che scaturisce da eventi legati strettamente alla sua storia. E qui veniamo alla riflessione più generale che queste vicende dovrebbero suggerire. Si tratta del nodo non risolto dei costi della politica e delle relative coperture. Da quando nel 1991 un referendum popolare abrogò il finanziamento pubblico ai partiti, il divario fra questi ultimi e la società si è andato allargando, principalmente ma non solo per colpa della “casta”, che indubbiamente ha fatto la sua parte rendendosi responsabile della mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Alla incompiuta democrazia interna ha fatto riscontro il torbido rapporto con il mondo degli affari e le lobby economiche. Ora, l’inchiesta della magistratura di Firenze, come un missile a più stadi, avrà come esito la fine del finanziamento privato dopo quella del finanziamento pubblico, con il risultato che la politica sarà sempre di più un affare per pochi, sempre meno trasparente, o forse sempre più alla mercé del primo pm che passa. Ha osservato Luciano Violante che la progressiva disillusione dei cittadini è stata alimentata anche “da molti partiti che si sono delegittimati da soli”; ma il fallimento più clamoroso di questi anni ha riguardato proprio la mancata autoriforma della politica con il conseguente dilagare del populismo e della demagogia, che hanno invaso prima la società e il parlamento, poi le istituzioni dello Stato e in ultimo la stessa magistratura. Di questa progressiva degenerazione fa oggi principalmente le spese proprio il Partito democratico di Zingaretti, che si trova in evidente disagio: è alleato di governo con i populisti ma ne subisce l’iniziativa; ha spostato a sinistra l’asse delle sue politiche ma non riesce ad imporre una sua agenda, e rischia, domani, di pagare anche il conto del suo passato renziano.

di Guido Bossa 

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