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Il Parlamento che per un anno, pur sollecitato dalla Corte costituzionale, non è riuscito a modificare una norma del codice penale fascista sull’aiuto al suicidio, si sta per svegliare dal letargo decretando la propria mutilazione. A meno di improbabili colpi di scena, il 7 ottobre i deputati metteranno l’ultimo sigillo alla proposta di legge costituzionale che riduce drasticamente il numero degli eletti nelle due Camere: da 630 a 400 deputati, da 315 a 200 senatori. Esultano i Cinque Stelle, promotori dell’iniziativa, nascondono a mala pena l’imbarazzo i democratici, che in ben tre votazioni si erano espressi contro ed ora non hanno spiegato il cambio d’opinione se non con la fedeltà alla nuova alleanza, così riconoscendo di aver pagato un prezzo per tornare al governo. Con quale prospettiva? Che un Parlamento a ranghi ridotti possa essere più efficiente dell’attuale è tutto da dimostrare, visto che la riforma non intacca minimamente il bicameralismo perfetto, che produce la paralisi dell’attività legislativa; anche l’argomento del risparmio (mezzo miliardo a legislatura, secondo i Cinque Stelle) è poco convincente, a meno che non si intenda, riducendo il numero degli eletti, ridurre proporzionalmente anche gli apparati burocratici che li supportano. Inoltre, l’accelerazione sulla riforma, lasciando intatta per il momento la legge elettorale, sulla quale pende la richiesta referendaria in senso maggioritario proposta dalla Lega, mette a rischio il principio della rappresentanza, riducendo a non più di 3-4 i partiti ammessi alla ripartizione dei seggi, mortificando le minoranze e le rappresentanze territoriali, e ostacolando l’attività legislativa delle Commissioni parlamentari.

Si ha come l’impressione che il cedimento del Pd (e anche dei renziani) alla pretesa dei Cinque Stelle nasconda un non dichiarato sottinteso, del tipo: tanto non se ne farà nulla o perché la legislatura verrà interrotta prima che la riforma compia il suo iter; o perché sarà ancora una volta il Parlamento a mettere rimedio all’errore compiuto. Invece non sarà così: per i grillini il taglio dei parlamentari è una misura identitaria, per Luigi Di Maio è la garanzia della propria leadership, per gli ortodossi del Movimento è un tassello di una più complessiva revisione dell’architettura costituzionale, oggi basata sui principi della delega e della rappresentanza, domani su quello del consenso certificato da una piattaforma digitale manovrata e controllata da pochi.

Una decina di giorni fa era stato Davide Casaleggio in persona, in una lunga lettera inviata al “Corriere della Sera”, a decretare la supremazia della democrazia digitale su quella elettorale, la fine dei partiti, “ambienti chiusi e a pagamento”, condannati all’estinzione dal progresso della tecnologia come la diligenza soppiantata dal treno a vapore. In base a questa “rivoluzione” Luigi Di Maio ha preteso un passo indietro dei partiti alleati in vista delle elezioni regionali in Umbria, e farà lo stesso in Emilia Romagna; incurante della coerenza esalta l’autonomia dei movimenti contrapponendola alla camicia di forza dei partiti, ma propone il vincolo di mandato per i parlamentari, una multa per chi cambia opinione ma anche piena libertà per il capo politico di passare da un’alleanza ad un’altra.

In Italia non pare che ci siano resistenze a questa deriva demagogica, mentre in Europa le cose, almeno per ora, vanno diversamente. Le trattative per l’ingresso nel gruppo dei Verdi al Parlamento di Strasburgo si sono arenate perché i Cinque Stelle “non rispecchiano la nostra concezione di democrazia rappresentativa”, ha dichiarato un rappresentante degli ecologisti. Obiezione non da poco, sulla quale bisognerebbe riflettere anche a Roma.

di Guido Bossa

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