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Come per l’intera società, anche per la politica l’avvio della cosiddetta “fase due” indica la progressiva fuoriuscita dal periodo più acuto dell’emergenza e il ritorno verso una normalità di rapporti; ma si tratta di una analogia soltanto nominale, poiché il concetto di “normalità” applicato alle relazioni fra partiti e istituzioni nella legislatura iniziata nella primavera del 2018 è ben diverso da quello comunemente inteso, che evoca un equilibrio fra interessi e una collaborazione fra soggetti, fonte di sviluppo e di benessere per tutti. In politica, o meglio nella politica di questi anni le cose stanno diversamente: la collaborazione è provvisoria, la convivenza conflittuale e quindi la prospettiva incerta. Venuto meno il collante della paura che aveva sigillato in casa gli italiani e imposto la sordina alla dialettica politica, ognuno si è ripreso la propria libertà di movimento, e di conseguenza il governo, privo di una visione che vada oltre il controllo dell’emergenza, rischia di soccombere nel ritrovato, ordinario assetto della coalizione.

Qualche campanello d’allarme si è avvertito proprio una settimana fa, nei giorni del primo allentamento della rigida segregazione iniziata a marzo, quando partiti di maggioranza, regioni e forze sociali hanno cominciato a denunciare la timidezza dell’iniziativa governativa; il presidente designato della Confindustria Carlo Bonomi ha duramente contestato l’assenza di politiche di investimento per la ripresa del sistema produttivo, e l’intero settore del commercio al dettaglio ha lamentato il fallimento dei promessi interventi-tampone per il sostegno dei redditi venuti meno in due mesi di forzata chiusura di negozi, bar, ristoranti, esercizi commerciali, botteghe artigiane. In mancanza di riscontro oggettivi, che solo le elezioni possono dare, i sondaggi hanno rilevato per la prima volta da mesi un calo di popolarità e di fiducia nel presidente del Consiglio e nella sua leadership, inciampato in un eccesso di esposizione mediatica.

In questa situazione di instabilità, due profonde fratture, sul fronte interno e internazionale, rischiano ora di ingoiare l’intero governo. Si tratta del pesante richiamo all’ordine dell’amministrazione Usa sui rapporti Italia-Cina, giudicati quanto meno equivoci a Washington; e del conflitto aperto da Italia viva sui temi della giustizia, dei migranti, del rapporto governo-parlamento compromesso dall’eccesso di decreti urgenti emanati dal presidente del Consiglio e sottratti al controllo delle Camere. In entrambi i casi, Giuseppe Conte è intervenuto tempestivamente cercando di sgomberare il campo da ogni equivoco in politica estera e di stringere i bulloni della coalizione sul programma. Che ci sia riuscito, o che invece abbia soltanto rinviato una resa dei conti che prima o poi verrà a maturazione, lo si vedrà col tempo; ma intanto la tregua nella maggioranza appare definitivamente rotta, ed è come se ognuno si fosse ripreso la propria libertà di movimento. Dal Quirinale, il presidente Mattarella ha fatto capire di considerare esaurita la ricerca di nuove formule di governo in questa legislatura, il che vorrebbe dire che l’esito di una crisi sarebbe soltanto uno: elezioni in autunno. Ma, lungi dal costituire un deterrente, l’ipotesi di un ritorno alle urne sarebbe vista con favore, oggi, da quanti ritengono che il Parlamento eletto due anni fa non rispecchi più gli umori del paese, e che per affrontare nelle migliori condizioni le incognite della ricostruzione sarebbe opportuno consultare prima gli elettori.

di Guido Bossa

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