Sceglie di ricordare Giulio Regeni a dieci anni dalla morte lo Zia Lidia Social Club. Un omaggio affidato alla pellicola “Tutto il male del mondo” di Simone Manetti, proiettata ieri al Multiplex. A confrontarsi con il regista Antonello Petrillo, docente di sociologia all’Università di Salerno, Italia D’Acierno, segretaria provinciale Cgil e Davide Perrotta di Libera Avellino. A fare da padrona di casa Michela Mancusi dello Zia Lidia. Il documentario ricostruisce la vicenda del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. “Tutto il male del mondo” arriva a dieci anni dall’uccisione di Giulio Regeni, avvenuta in Egitto nel 2016, e si propone come un lavoro di ricostruzione puntuale di una delle vicende giudiziarie e diplomatiche più complesse degli ultimi anni. Il documentario ripercorre le tappe del sequestro del ricercatore, avvenuto al Cairo nel gennaio 2016, le torture subite e il ritrovamento del corpo senza vita il 3 febbraio, ai margini della capitale egiziana. È la sera del 25 gennaio 2016 quando la famiglia Regeni ha l’ultimo contatto con il figlio Giulio, ricercatore per l’Università di Cambridge, impegnato in Egitto per una ricerca sul sindacato dei venditori ambulanti. Strana coincidenza, è il quinto anniversario dell’inizio della Primavera araba, cominciata a piazza Tahrir al Cairo, che porterà alle dimissioni di Mubarak. La Primavera cede il passo però al nuovo regime di Abdel Fattah al-Sisi che nel 2013 rovescia il governo di Morsi con un colpo di stato. Il 3 febbraio il corpo del ricercatore viene trovato con evidenti segni di una tortura brutale, disumana. Simone Manetti segue le udienze del processo cominciato a Roma nel 2024, e soprattutto cerca di colmare le immagini mancanti di un un ragazzo animato dalla passione per la ricerca e l’analisi. Con le fondamentali parole dei genitori, Claudio e Paola, e le ricostruzioni dell’avvocata Alessandra Ballerini, l’indagine si avvale di numerose testimonianze visive, tra le quali le immagini girate di nascosto dall’ambulante che collabora con i servizi segreti egiziani. Una vicenda contraddistinta da troppi interessi politici ed economici per giungere ad un’agognata chiarezza. Il film, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi e prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto, si colloca all’interno di un percorso di memoria pubblica che non ha mai smesso di interrogare l’opinione pubblica italiana, cercando di restituire una cronologia chiara degli eventi e delle responsabilità emerse nel corso delle indagini.
E’ Bianca Palladino dello Zia Lidia a sottolineare come “Condividere visioni intense e interessanti con gli altri è la scelta migliore che si possa fare, specie di questi tempi tristi e minacciosi di guerre e pensiero illiberale”. Michela Mancusi spiega il valore di cui si carica il film “E’ una storia che ci insegna a non smaterializzarci. E’ una storia che si fa corpo, un corpo che ha raccontato tutto quello che Giulio non poteva raccontare. Un corpo che si fa si fa altri corpi per stare dalla parte del Paese che lotta per la verità e la giustizia”.
E domani la rassegna dello Zia Lidia prosegue al Multiplex (alle 18 e alle 21) con “Sotto le nuvole” di Gianfranco Rosi. Punto di partenza del racconto, il fuoco, il magma primordiale che sconvolse la Campania Felix nel I secolo d.C. e che ha continuato a condizionarne paure e culture fino ad oggi con le scosse del bradisismo. Si passa dal ventre di Napoli per scoprire i suoi ipogei, alle cantine del MANN dove giacciono reperti archeologici in attesa di essere catalogati, alle attività dei tombaroli, monitorate e contrastate dal Comando dei Carabinieri per la Tutele del Patrimonio Culturale, al Comando dei Vigili del Fuoco tempestato di chiamate da parte di cittadini allarmati e rassegnati, al doposcuola tenuto da un maestro di strada, ai timori di un equipaggio siriano che trasporta grano dall’Ucraina ed è fermo a Torre Annunziata per scaricare la merce, fino ai fedeli che si trascinano sul sagrato del santuario mariano a Pomigliano. Scritto da Rosi stesso, che cura anche la fotografia in un pastoso b/n, montato da Fabrizio Federico e musicato da Daniel Blumberg, ripropone la coralità di luoghi e vicende che avevano segnato la Roma di “Sacro GRA” (Leone d’Oro nel 2013, seguito dall’Orso d’Oro nel 2016 per “Fuocoammare”), indagando (sulla scorta del rosselliniano “Viaggio in Italia”) gli inscindibili legami con un passato storico e mitico. Premio Speciale della Giuria aVenezia 2025 e Nastro d’Argento per la categoria Cinema del Reale. E’ Gianfranco Rosi a sottolineare che “Ho girato e vissuto per tre anni all’orizzonte del Vesuvio cercando le tracce della Storia, lo scavo del tempo, ciò che resta della vita di ogni giorno. Raccolgo le storie nelle voci di chi parla, scruto le nuvole, i fumi dei Campi Flegrei. Quando filmo accolgo la sorpresa di un incontro, di un luogo, la vita di una situazione. […] Mentre filmavo, tra il mare il cielo e il Vesuvio, scoprivo un nuovo archivio del vero e del possibile.”



