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Zone interne, tante voci, pochi risultati

Di Gianni Festa

Si discute tanto, forse troppo, delle emergenze che attraversano le zone interne: dello spopolamento innanzitutto e delle loro vecchie e nuove fragilità. Si fa molto poco, però, per trovare soluzioni. Oppure si rimanda alle cose già dette e mai realizzate. Recentemente, questa testata, nel corso di un convegno del Cesvolab irpino (benemerita associazione di volontariato), aveva lanciato una proposta per debellare il deserto delle zone interne e rimetterle in moto, ripopolandole e attivando azioni di sviluppo. Nel più assoluto silenzio della classe dirigente, facendo nostro il lavoro di una commissione di studio presieduta dal deputato Alessandro Caramiello – che aveva messo a punto un piano di fuga dalle zone del bradisismo – avevamo lanciato l’idea di prevedere il trasferimento degli sfollati nei Comuni dell’Alta Irpinia, del Sannio interno e del Cilento meridionale. In questi paesi ci sono centinaia di abitazioni ristrutturate con i fondi del terremoto, rimaste vuote e abbandonate da chi è emigrato per mancanza di lavoro o di un minimo di prospettive economico-sociali.

Queste case potrebbero accogliere molti nuclei familiari che sono costretti a riparare altrove a causa dell’emergenza vulcanica. Bradisismo a parte, potenziali nuove comunità sono anche quelle degli immigrati che, al netto del residuo esecrabile razzismo che in molti resiste, sono persone che hanno desiderio di lavorare, di mettere a frutto gli studi compiuti, di ritrovare pace e tranquillità lontani dai fronti di guerra e disperazione. Solo per inciso, desidero qui sottolineare che la premier Giorgia Meloni, invece di realizzare quella specie di accampamenti per deportati in Albania, bene avrebbe fatto a predisporre interventi per l’accoglienza nelle zone interne. Così facendo avrebbe compiuto un’operazione intelligente e proficua su più fronti, certamente con meno spreco dei soldi degli italiani. Torniamo alle possibili soluzioni per lo spopolamento. L’autorevole presidente dello Svimez, Adriano Giannola, riflettendo sul ruolo futuro che potranno avere le zone interne, si è fatto promotore di una iniziativa, per ora allo studio, secondo cui la rinascita delle aree appenniniche potrebbe essere favorita dall’asse Napoli-Bari, destinata a modificare le linee di sviluppo nel Mezzogiorno. In tal caso, sia pure di fronte alla necessità di tempi lunghi, ci sarebbe una prospettiva certa di rottura dell’isolamento dei Comuni dell’entroterra. In ultimo, alle aree interne e al loro divenire sta dando un notevole contributo la chiesa italiana, preoccupata della chiusura delle parrocchie a causa delle anime che purtroppo vanno via.

Un esempio straordinario viene dato dalla Conferenza Episcopale Campana che, con in testa il vescovo di Benevento, Monsignor Accrocca, con grande coraggio sollecita iniziative contro lo spopolamento. In una recente ricerca di un’associazione degli agricoltori, si fa notare che la desertificazione dei Comuni interni non è solo conseguenza della mancanza di lavoro, che pure è fra le prime cause, ma anche della quasi totale assenza della rete di servizi essenziali per poter svolgere una vita comunitaria. Su questo terreno, l’intervento del governo per rendere fruibili i servizi indispensabili, anche quelli logistici e di comunicazione, dovrà fare la propria parte. Da quanto scritto, si deduce che gli attori per affrontare con decisione e fermezza la questione zone interne non mancano: dal Cesvo all’intergruppo parlamentare “Sud, Aree fragili e Isole minori”, dalla Protezione civile allo Svimez, dalla conferenza episcopale allo Svimar, marciano tutti verso uno stesso obiettivo: la rinascita delle aree interne. Il problema è che ognuno di questi attori ha un suo linguaggio. E sarebbe opportuno, straordinario se tutti insieme usassero un’unica lingua per comunicare tra loro e con chi deve e può decidere. Bisogna volerlo però.

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