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Ragazzi che perdono la vita in una notte che avrebbe dovuto esser dedicata alla spensieratezza; bambini che sono travolti dai flutti di un mare ingrato, con il terrore nello sguardo e il sogno infranto di conquistare dignità e libertà; giovani che si odiano e usano le armi come fossero giocattoli, dando vita a faide di quartiere per il controllo delle piazze di spaccio: sono questi i drammi quotidiani che la cronaca ci consegna, rispetto ai quali è urgente chiedersi come sarà la società di domani. Termini come valore e rispetto sono ormai desueti, mentre si fa spazio la violenza, l’arroganza, la logica del più forte, la prepotenza di chi grida di più. Manchester e le azioni terroristiche che producono stragi sono il frutto di fanatismo, di odio non solo religioso, ma anche delle folli strategie dei signori delle guerre che speculano con il commercio delle armi. I flutti del Mediterraneo che inghiottono uomini, donne e bambini sono figli di un egoismo nazionale e di un rigurgito razzista che crea nei paesi europei una inciviltà di ritorno: quella dei muri e dei fili spinati contro cui si infrange l’innocente desiderio e il diritto di fuggire dalla fame e dalle guerre. Sono drammi epocali ai quali si assiste con quella forma di abitudine riservata ai fenomeni straordinari che sembrano rientrare nell’impotenza individuale. E l’ordinarietà si fa colpevole. Bambini, ragazzi, giovani che sono parte di quel mondo dei vinti denunciano oggi, con la loro tragedia quotidiana, un terreno non coltivato dentro il quale tutto è possibile. Gli omicidi di giovani imberbi che imbracciano armi o, usando lame affilate, uccidono loro coetanei anche per sottrargli solo un telefonino finiscono per far parte di questa normalità deviata rispetto alla quale la società è impaurita ed inerme. Uscire da questa situazione è davvero difficile. Perché troppi sono gli interessi che allettano il mondo e poca è la solidarietà e l’attenzione per il bene comune che potrebbero riequilibrare il male. Lo si è visto in queste ultime ore dai risultati del G7 svoltosi a Taormina. Da essi si leggono le contraddizioni che regolano la globalizzazione. Chi parla di pace e di guerra al terrorismo a volte è lo stesso che arma i popoli e fomenta guerre. A chi propone un’equa distribuzione del fenomeno immigrazione si risponde con una netta chiusura delle proprie frontiere. Forse il solo ritorno alle dimensioni locali potrebbe aiutare il mondo ad imboccare una diversa direzione. Perchè è dalle comunità locali, dai presidi valoriali dei territori, dalle agenzie che agiscono capillarmente nei luoghi che può nascere quel desiderio di credere nell’inversione di rotta. La chiesa, la famiglia, la scuola, le iniziative che procurano lavoro sono riferimenti imprescindibili per aiutare i giovani ad essere soggetti responsabili della società del futuro. E’ vero: latitano gli esempi. La mortificazione della meritocrazia e la promozione dell’incapacità, insieme al becero familismo e alla piaga del clientelismo, sono malapianta difficili da estirpare. Soprattutto in un Mezzogiorno in cui il disvalore della soggettività è elemento di forte diseguaglianza. Qui si entra nel cuore del problema: la politica. C’era, non c’è più. C’era con il suo spirito di servizio ed è stata soppiantata da un sfrenato individualismo. Dialogava con la gente, comprendendone i bisogni e dando risposte, oggi è arroccata e chiusa in se stessa assistendo passivamente ai mali e guasti sociali. Dei quali è largamente responsabile. E contro tutto questo che bisogna far ripartire la coscienza. Dai livelli minori a quelli più alti. Una rivoluzione delle coscienze dal basso può dare maggiori risultati dei balbettii di un G7, di sprechi e di parole al vento. La riscoperta dei valori della comunità, della difesa del proprio territorio, della ricerca di risposte dei bisogni, soprattutto di quelli dei giovani, è urgente e necessaria per fermare una deriva impietosa di agonia e morte. Di bambini, ragazzi e giovani.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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