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Canto per una Valle, un monito francescano per salvare il creato

Sabato scorso ad Altavilla Irpina abbiamo assistito a “Canto per una Valle”, un originale esperimento che con una piccola licenza interpretativa oserei definire di “Teatro territoriale”, laddove è andato in scena una congiunzione di arte, cultura e passione civile dedicata alla salvezza della Valle del Sabato e della nostra Irpinia. La grande partecipazione, il sentito coinvolgimento degli spettatori e l’apprezzata performance degli interpreti e dei collaboratori hanno confermato il presupposto che quando si ricorre a momenti e a strumenti comunicativi percepibili i cittadini si sentono coinvolti e diventano parte integrante del messaggio sociale e culturale. Il soggetto e la sceneggiatura mi sono sovvenuti rileggendo qualche mese fa il “Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi”, scritto ben 800 anni fa e che per la sua bellezza estensiva e la sua profondità di pensiero costituisce ancora oggi una pietra miliare non solo della letteratura italiana ma di un certo modo di concepire e vivere il mondo “creato” . E ad esso non ho potuto fare a meno di accostare una rilettura della famosa enciclica “Laudato SI” scritta da un altro Francesco, l’ attuale Pontefice , otto anni or sono, che prendeva spunto proprio dall’elaborato del “Poverello di Assisi” dedicandola al pericolo epocale dei mutamenti climatici e alle sue devastanti conseguenze esistenziali planetarie. Questa “consecutio” di riletture è stata poi arricchita da quella della lettera pubblicata sempre da Papa Francesco il 4 ottobre scorso, intitolata “Laudato Deum” che si può definire, con beneficio di presentazione, come una sorta di “Nota aggiuntiva” all’enciclica. Una “linea verde”, potremmo definirla per facilità di accostamento, ma che sarebbe sbagliato derubricare a un ambito strettamente ecologista o, peggio ancora, di ambientalismo d’abord. Credo, infatti, che in questa trilogia di scritti di sacralità e di civiltà vi sia qualcosa di molto più profondo che nella sottile dicotomia del divino e dell’umano ci restituisce una costante e cioè il chiedere coscienza del fatto che l’Uomo è solo un ingranaggio nel suo rapporto con il Creato-Natura e non il suo motore, la sua leva dominante. Infatti si pone come acquisizione di fondo esistenziale il valore della coscienza del limite e il non pensare che la strabiliante parabola trasformativa degli ultimi tre secoli, che ci ha portati ai confini della realtà, ci autorizzi a ipotizzare l’irreversibilità del cosiddetto paradigma tecnocratico, che sembra governare inesorabilmente le sorti dell’Umanità. Da quando il crescere degli eventi calamitosi ha destato l’indifferenza della parte opulenta di questo Pianeta si è innescato una sorta di movimento d’opinione, sostenuto in particolare dai poteri forti dell’economia e della società mondiale, che ascrive le cause e di conseguenza le soluzioni di tale fenomeno a fattori incidentali o al massimo a meccanismi di ritardo di innovazione a cui si può porre rimedio fuoriuscendo da tale contesto mediante una non ben identificata transizione segnata da non ancora chiari target o brand di riconoscimento. Una concezione, questa, alquanto discutibile e fuorviante che volutamente non intende offrire alla questione ambientale i crismi della verità e della sua complessità. Alla base di questa idea-forza vi sono alcuni assunti che potremmo, con estrema licenza di sintesi, così individuare: i motori portanti del destino umano sono la ricchezza, il dominio, l’inarrestabilità della scienza tecnologica, il far soggiacere le risorse umane e ambientali a tale paradigma. Questo è il mantra, lo si voglia o no, che da oltre due secoli sta governando, attraverso alcune varianti e interpretazioni, la società che, al momento, non sembra avere credibili alternative nonostante vi siano stati diversi tentativi di correzione, ma che alla fine si sono rivelati fallaci e inconsistenti, soprattutto da quando la società politica e delle Istituzioni ha letteralmente abdicato a quella dell’economia e della deregulation democratica. Per queste ragioni, di ordine ideologico e culturale, la questione ambientale è stata rappresentata a se stante, separata , cioè, da quella sociale, tanto che i rischi dell’inquinamento e del mutamento climatico fanno più paura e meno rumore di quella sociale dove impera oramai anche alle nostre latitudini lo sfruttamento umano, come se fosse un dato storico escatologico acquisito, quasi naturale, quello di produrre ricchezza mettendo necessariamente nel conto lo sfruttamento degli esseri umani e del “creato” e non la sua distribuzione sostenibile . Ha costituito motivo di profondo interesse, nonché di piacevole sorpresa, il contenuto della recente “ Laudato Deum”, in particolare laddove il testo si spinge fino a entrare con estrema cognizione di dati nel merito delle valutazioni delle diverse Conferenze Mondiali sul clima, le cosiddette “COP” , che si sono succedute da quelle di Rio fino ad oggi. Emerge, pertanto, un quadro alquanto preoccupante e insoddisfacente nel rilevare lo scarto tra propositi e risultati conseguiti consegnandoci la presa d’atto dell’assenza di concrete volontà politiche, le quali ostentano solo buoni propositi di falsa coscienza. La questione ambientale, spiega con estrema lucidità e coraggio la nota pontificia, è anche qualcosa che ha a che vedere con la democrazia o meglio con la necessità di un protagonismo della partecipazione dal basso, senza la quale si può registrare solo un riposizionamento gerarchico e autoritario dei poteri istituzionali, da quelli internazionali, passando per quelli nazionali fino a quelli locali. E a proposito di questi ultimi riflettendo su queste asserzioni mi sovveniva l’emblematica vicenda del biodigestore di Chianche. Una delle prime gravi incongruenze che abbiamo denunciato, oltre alla irresponsabile localizzazione e alla negazione di qualsiasi processo decisionale democratico, è stata quella di aver visto pubblicare il famoso “Bando a chiamata” , emesso “inspiegabilmente” dodici giorni prima dell’approvazione della nuova legge regionale sulla regolamentazione del ciclo integrato dei rifiuti, che prevedeva esattamente l’opposto della candidatura dei singoli comuni, indicando come strada maestra la pianificazione, la programmazione e soprattutto la deputazione agli “ATO Rifiuti” incaricandoli di provvedere alla definizione dei piani provinciali. Un vero e proprio “18 Brumaio” da parte della Regione Campania che la dice lunga sul modo di concepire i rapporti con le diverse realtà territoriali e dell’inerte e accondiscendente silenzio degli ATO e della stragrande maggioranza dei Comuni. E allora non resta che fare dono a tutti costoro che si stanno rendendo direttamente e indirettamente responsabili di questo sopruso di una copia della trilogia francescana con l’auspicio che possano ritrovare se non il tempo del ravvedimento politico almeno quella della redenzione dello spirito. E di questi tempi non è poco cosa.

Ranieri Popoli

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