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L’emergenza crisi delle nascite

 

I temi dominanti del dibattito sostenuto dai mezzi di comunicazione (terrorismo, crisi ambientale, flussi migratori) hanno trascurato uno dei rischi globali, dalle dimensioni sempre più in aumento: la crisi delle nascite. Nei paesi ricchi la famiglia è sempre più piccola, mentre avviene il contrario in quelli in via di sviluppo: il rapporto ricchezza e desiderio di genitorialità ci offre un dato previsionale allarmante. La media occidentale del desiderio di avere culle non vuote va da 2 a 2,7 figli, con picchi in discesa in Germania, Grecia, Spagna e Russia. CIn Nigeria abbiamo la media di 6 figli per famiglia, in Pakistan 4, in India 3. La contrazione delle nascite è dovuta a difficoltà economiche, a quelle riproduttive, a ritardi del concepimento dovuto al fumo, alcol, obesità, all’uso di vari contraccettivi. Una indagine demoscopica di "Economist" ha evidenziato che il 39% di chi ha avuto più figli di quelli desiderati registra un aumento della soddisfazione di vita, mentre solo l’8% si è detto meno contento. Il dato, in sostanza, rivela che le difficoltà collegate ai percorsi del concepimento, ai costi necessari, all’impegno per la cura e la tutela dei piccoli, allo sforzo di coniugare famiglie numerose, occupazione e progressione di carriera, alla fin fine, accrescono il senso di amare la vita, non sono generatrici di crisi esistenziali, ti allenano di più all’impegno e alla solidarietà. All’interno della nostra civiltà contadina di alcuni decenni fa, caratterizzata da famiglie numerose con bassi redditi familiari, si sviluppava, un proverbiale convincimento che chi aveva un figlio rischiava di farlo crescere con frequenti sindromi psicologiche e chi ne aveva molti, vedeva, in età adulta, che tutti prendevano la strada giusta forti dell’allenamento sostenuto, dalla maggiore solidarietà intrafamiliare e dalla più approfondita conoscenza del mondo circostante. Certamente si trattava di un contesto umano e socioeconomico diverso da quello attuale, ma l’aspetto antropologico va recuperato e responsabilmente rapportato con le dinamiche comunitarie attuali. Il rischio di un livello della popolazione anziana sempre più in aumento, senza il fisiologico ricambio generazionale, comporta dei rischi – già all’esame del Fondo Monetario internazionale relativi al freno della produttività della forza lavoro e alla necessità di investimenti in spese sanitarie e formazione professionale per sostenere cospicue classi di lavoratori sempre più anziani. D’altronde la concentrazione temporale della spesa pubblica per le pensioni, non può essere affrontata solamente con l’aumento dell’età pensionistica: basta considerare i tassi della disoccupazione giovanile sempre in aumento e la qualità delle prestazioni (da quelle manuali usuranti a quelle educative, mediche o di ricerca scientifica) per una riflessione più approfondita della complessa problematica. Nella nostra piccola realtà provinciale e regionale non è più pensabile che le pensioni di vecchiaia dei nonni o dei genitori costituiscano l’unico ammortizzatore sociale disponibile, ma per tempo determinato. Va pertanto recuperata la consapevolezza che il preventivato raggiungimento – nel 2053 – del livello di 10 miliardi di persone (ultimo rapporto del "Population Reference Bureau) comporterà certamente dei problemi, ma il più allarmante di essi sarà certamente quello di avere una popolazione prevalentemente anziana. Il tema dei figli non è più relegabile allo stantio dibattito in un Paese dove da una parte c’è un’area politica schierata a sostegno di "una famiglia" e dall’altra chi sostiene "le famiglie": il problema delle nascite assume per tutti valore razionale, non solo umano e sociale.
edito dal Quotidiano del Sud

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