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Era prevedibile. Ancora una volta il Sud scompare dall’agenda di governo. Se ne era fatto un gran parlare in occasione del turno elettorale amministrativo recente. Dalla Campania, alla Calabria, passando per la Basilicata si erano accese fiammelle che inducevano a sperare in un nuovo corso. Tra intese e patti il governo aveva dato l’impressione che finalmente volesse rimuovere gli ostacoli che rendono ancora oggi sempre più evidente la distanza sud-nord. Poi l’effetto notte è inesorabilmente ricomparso. Le amare statistiche confermano la povertà del Mezzogiorno, l’abbandono di tutte quelle promesse che pure avevano segnalato una riconquista della speranza. Il risultato elettorale deludente per chi aveva scommesso su facili vittorie, ha accentuato questo assurdo silenzio. La crisi del Pd ha fatto il resto. Un partito che si divora senza prospettive, che si sofferma sui posizionamenti dei suoi dirigenti, senza allargare lo sguardo alla realtà che chiede cambiamento, rallenta quelle decisioni che sono utili per cambiare passo. Poi Brexit che esplode e mette in ginocchio il futuro di un’Europa unita. Ed ora fa temere anche chi, imprenditore meridionale, si era trasferito in Inghilterra trovando un florido mercato di importexport dei prodotti di eccellenza. E la classe dirigente meridionale? Anche essa è avvolta dal buio. Qualche timido lamento, alcune locali manifestazioni di protesta, nessun disegno organico di sviluppo complessivo. Sembra tramontata anche l’idea del dopo elezioni regionali, quando di fronte al risultato che premiava il Pd, assegnandogli la guida della vasta area meridionale, si pensò che un’alba nuova stava per sorgere. Poi il ritorno dell’antica frammentazione. Ciascuna regione pronta a rincorrere le proprie emergenze, a rinchiudersi nei propri confini, a chiedere separatamente aiuto al governo nazionale. Così si è inabissato anche il desiderio di credere in quella unità territoriale meridionale che avrebbe potuto coinvolgere in modo diverso il potere centrale ad occuparsi di questo Sud. E’ dal lontano luglio del 2015 (anche se ancor prima il governo Berlusconi aveva licenziato un piano per il Sud) che parole e promesse si inseguono senza trovare risposta concrete. Fu allora che la Svimez, in modo allarmante, aveva denunciato con dati forti e raccapriccianti, che l’area meridionale stava sprofondando. Il dibattito che seguì trovò per alcuni mesi impegni non rispettati. Si disse allora, usando un termine poco comprensibile, che il governo avrebbe al più presto varato un “masterplan”. Quando la questione meridionale entrò a settembre nel dibattito avviato nell’aula di Montecitorio, la rappresentanza della deputazione meridionale brillò per assenza offrendo l’alibi al governo di procrastinare gli interventi promessi. Napoli-Bari riveduta e corretta, l’autostrada Salerno- Reggio Calabria ancora in gran parte da ristrutturare, gli interventi per la promozione dello sviluppo finiti nel calderone delle risorse nazionali, molto spesso utilizzate dalle regioni del Nord. Dello sviluppo del Sud resta oggi il ricordo sbiadito di quella Cassa per il Mezzogiorno che fu strumento di crescita civile e sociale, prima di diventare, come poi avvenne, idrovora di uno sfrenato clientelismo di una famelica classe dirigente che avrebbe impoverito il territorio meridionale con discutibili alleanze che hanno portato nel tempo a rivelare il rapporto tra malapolitica e criminalità organizzata. Franco Roberti, magistrato di lunga esperienza e procuratore nazionale dell’Antimafia, attraverso un’attenta analisi, ha recentemente denunciato come l’arretratezza del Mezzogiorno, le diseguaglianze che si registrano, lo sterminato potere della criminalità, sono la risposta più evidente di un insopportabile abbandono di un Mezzogiorno che arranca su una salita senza orizzonte. Ora, però, non basta la denuncia, non è più sufficiente la descrizione di un paesaggio divorato dalla malapolitica. Occorre recuperare il valore dorsiano della nascita di una nuova classe dirigente, capace di dialogare con proposte e di vigilare perchè esse corrispondano all’impegno di quel popolo di formiche che nel Mezzogiorno combatte e resiste. Altrimenti, per dirla con il calabrese Pino Soriero, “venti anni di solitudine” saranno destinati a triplicarsi inesorabilmente. Il Sud deve saper cogliere le opportunità che il Mediterraneo offre. Deve saper guardare ai paesi emergenti e dialogare con loro, ma nello stesso tempo deve imparare il verbo europeo ancora oggi ignorato. Le risorse dell’Unione europea, messe in crisi dalla vicenda Brexit, non possono essere più restituite a Bruxelles, per mancanza di progetti e di idee. Anche questo ha reso povero il Mezzogiorno, la cui radice del male è nella sua rappresentanza politica, molto spesso giacobina nelle sedi del potere centrale e forcaiola nei territori meridionali.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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