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La canzone del domani, Sonia Luce Possentini: dal coraggio delle mondine al caporalato oggi. La lotta non deve fermarsi

Dalla protesta di Oriele e Mercede e delle altre mondine che nell’anno più duro della guerra, il 1944, rivendicarono la riduzione delle ore lavorative, riso, copertoni per le bici e parità di diritti alle nuove forme di sfruttamento che caratterizzano il presente, spesso legate ad un algoritmo, come accade ai riders delle società di consegna a domicilio. E’ un racconto in cui il passato abbraccia il presente quello che consegna Sonia Luce Possentini nella sua Canzone per il domani, edita da Orecchio Acerbo, presentata all’Angolo delle storie. Una storia che appartiene alla famiglia dell’autrice, perchè Oriele Musi era sua nonna, costretta dai fascisti insieme a tante altre donne nel ’44 a partire per la monda per garantire agli occupanti tedeschi quante più tonnellate di riso, a lavorare anche dodici ore al giorno, sotto il rigido sguardo del caporale con il bastone in mano. Giorni di fatica ma anche di libertà, poichè le donne erano “Libere di ammazzarsi di fatica ma anche libere di andarsene. Dalle famiglie, dai mariti, dalla vita di tutti i giorni”. Accanto a lei c’è l’amica Mercede con cui ha condiviso tutto “In quel mare a quadretti/fatto di paesaggi lenti/ così diversi dalle colline di casa. Tra acqua e cielo. Dall’alba al tramonto/le schiene  curve in obbedienza./ I piedi nudi nel fango./Lì, accartocciate come foglie, tra le tremule/terre d’acqua e riso, il loro riflesso/ muove lo specchio d’acqua. /Sempre uguale per ore e ore”.  A dialogare con Sonia è Lisa Marra che pone l’accento sulla forza delle sue illustrazioni che “non sono mai gridate, uno stile essenziale e asciutti che rende più potente la sua scrittura”, fino a quel testimone che Oriele sembra affidare “a sua nipote, Sonia, pasionaria come la nonna”. Ed è una testimonianza carica di commozione quella che Sonia consegna ai presenti, a partire dal racconto delle condizioni di lavoro delle mondine “che non potevano neppure fermarsi o parlare, erano costrette a nascondere eventuali gravidanze o lavorare anche quando stavano male. Non potevano parlare e hanno cominciato a cantare. La loro forza diventa il loro canto di protesta proprio come fa Oriele nella storia. Una protesta che culmina con l’immagine del Quarto Stato delle mondine”. Confessa di aver scritto questa storia “per superare luoghi comuni come quelli che caratterizzano film come Riso Amaro e La Risaia e restutuire dignità a queste donne silenziose”. E nel parlare della scelta delle tonalità, spiega di sentire i colori, “ho capito gli azzurri e i bianchi ghiaccio dopo un viaggio in Islanda. E poi cerco sempre di riprodurre il genius loci, lo spirito di un luogo”. Confessa come “Devo tutto al pubblico ma non è facile trovare editori che ti diano piena libertà. Io voglio che la scrittura si fatta di poche frasi, che il pubblico possa fermarsi al punto e riflettere su ciò che ha letto. La protesta delle mondine di ieri, la canzone di Oriele è anche un invito a non dimenticare che il caporalato è ancora un problema cruciale dell’agricoltura e non solo, penso ai lavoratori in nero, a chi è disposto ad accettare qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi condizione, perchè non ha alternativa, alla mancanza di servizi sociali adeguati, poichè la lotta continua. Dobbiamo coltivare speranza nel domani, poichè, come ripete Oriele, verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà”. Bellissimo anche l’omaggio di una delle componenti del coro delle Mondine di Bentivoglio, nel quale rivivono le rivendicazioni delle donne. Ad impreziosire l’incontro gli allievi della Scuola di Teatro e Cinema di Puck Teatre’.

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Floriana Guerriero

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