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Il risultato del referendum sulle trivelle è stato rapidamente archiviato dai promotori e dai sostenitori con l’imbarazzo di chi non riesce a mascherare un insuccesso più che evidente. D’altra parte, anche il presidente del Consiglio, dopo l’iniziale proclama di vittoria, non ha troppo calcato la mano consapevole del fatto che l’appuntamento del 17 aprile non era ancora il punto di svolta di una legislatura che continua a vederlo oggetto di critiche non solo dell’opposizione parlamentare. Ma anche di una fetta del suo partito che sempre più spesso usa le stesse argomentazioni polemiche del centrodestra e dei grillini. In realtà, numeri a parte (sui quali non c’è discussione), le lezioni da trarre dal referendum sono molteplici, e riguardano tutti i protagonisti della vicenda, che farebbero bene a tenerne conto. In primo luogo, l’uniforme prevalenza dell’astensione sull’intero territorio nazionale, con l’unica eccezione della provincia di Matera che francamente non può essere assunta a paradigma di un’Italia d’avanguardia, dovrebbe far riflettere sull’abuso dello strumento referendario, che oramai non è più (se mai lo è stato) un canale di partecipazione politica diretta, non mediata dai partiti e dalla rappresentanza parlamentare, ma si sta rivelando come il girone di consolazione di tutti gli sconfitti alle elezioni, che cercano, rivolgendosi direttamente al popolo su quesiti spesso astrusi e incomprensibili, una rivincita regolarmente negata loro dalle urne. Ciò comporta il logoramento di un istituto nato come stimolo alla partecipazione politica, che si sta trasformando in rivelatore e moltiplicatore del suo declino. Una lezione disattesa in primo luogo da quanti stanno preparando altri referendum, verosimilmente destinati al medesimo insuccesso. Altra lezione da trarre è quella che gli analisti dei flussi elettorali hanno ricavato raffrontando i voti espressi o le astensioni con le preferenze politiche degli elettori. Ne risulta che anche questa volta (era già accaduto in passato) gli italiani hanno dato prova di grande indipendenza dalle parole d’ordine lanciate dai partiti di riferimento, e questo disimpegno ha penalizzato in modo particolare i movimenti politici promotori della consultazione o quelli che l’avevano appoggiata in funzione antigovernativa. Secondo i dati Ipsos, infatti, solo il 23% degli elettori piddini è andato a votare (contravvenendo quindi all’indicazione astensionista di Renzi), mentre il 51% dei simpatizzanti grillini si è astenuto, e dunque non ha colto l’occasione per assestare la famosa “spallata” al governo, e sono rimasti a casa addirittura il 70% dei leghisti e il 71% degli azzurri, rimandando dunque a data da destinarsi la resa dei conti con colui che i loro leader considerano più o meno un usurpatore. Ancora, fatta eccezione per la sola Basilicata (o meglio la provincia di Matera che, senza offesa, conta 200 mila abitanti, cioè quanto un quartiere di Roma) il quorum è mancato, e quindi il referendum è fallito in tutte le altre otto regioni che l’avevano inizialmente promosso, il che vuol dire che al netto della bombastica dichiarazione del presidente della Puglia Emiliano (“E’ stato uno straordinario successo”) nel conflitto di competenza fra Regioni e Stato gli elettori hanno scelto decisamente lo Stato. E qui veniamo al nocciolo politico più delicato, perché, come non è stato abbastanza notato, all’appuntamento del 17 aprile per la prima volta nella storia italiana Stato e Regioni hanno combattuto su due trincee contrapposte prefigurando in qualche modo il confronto ben più decisivo che avrà luogo in autunno sul referendum istituzionale. Ora, neanche in questo caso si possono trarre conclusioni affrettate o azzardare previsioni (Renzi si è sbilanciato quando ha detto che “le prove generali della grande alleanza contro di me sono fallite”). In realtà, come sa chi segue le vicende politiche italiane, ogni elezione fa storia a sé; ma appare certo che di qui a ottobre il contenzioso fra Governo e Regioni è destinato ad accentuarsi, mettendo in luce il tema della riduzione delle competenze regionali che, insieme a quello dell’elezione diretta dei senatori e della perdita del rapporto fiduciario col Governo della seconda Camera, è al centro del quesito che verrà posto agli elettori. Con la legge Boschi, le Regioni perdono capacità legislativa in ambito locale ma ne acquistano a Roma, nel rapporto con il Governo e l’Unione europea grazie ai propri rappresentanti nel nuovo Senato. Uno scambio che dovrà essere ben spiegato agli italiani.
edito dal Quotidiano del Sud

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