Così il poeta arianese Nicola Prebenna raccontava Papa Francesco, a partire dalla sua preghiera sotto la pioggia in una piazza deserta, nei giorni del Covid, nell’Ode Per correr migliori acque. Una presenza capace di restituire speranza e consolare una comunità che appariva sempre più spaventata, come un buon Padre.
Sotto lo sguardo sofferente del Cristo
esposto alla pioggia ed al silenzio
della piazza immobile, vuoto s’apre
il colonnato del Bernini nella piazza
larga ed ampia, e riecheggia l’eco
che avvolge la città eterna e il mondo
distante in comunione di spirito; avanza
solitario il servo dei servi, ai piedi si porta
del Cristo crocifisso ed a lui affida
la cura delle anime, la fine del morbo
che sempre più si diffonde; s’allunga
la lista dei decessi, dei ricoverati e pare
sempre più decisa la presa su persone
diverse, anziani, giovani, e anche persone
di più tenera età. Il cielo è scuro,
tenebre diffuse serrano la piazza grande
senza presenze e si popola la mente
degli oranti distanti, della litania
dei mezzi militari che dai tristi depositi
partono per luoghi lontani dalla pietà
dei cari, e tocchi con mano che il male
ha contaminato non solo il corpo
ma ha pure ferito il cuore dell’uomo
prostrato a fronte di tanto dramma.
S’alza benedicente la mano che sostiene
il santissimo ad allontanare il flagello
e ad erigere difesa a tutela di tutti
nei paesi e continenti diversi, perché il male
sfugge ai controlli delle frontiere e tutti
coinvolge nella stessa incolpevole condanna.
Chiara è la speranza per tutti e per loro
si fa la preghiera, convinti che la mano
soccorritrice del Padre infine distanzierà
la minaccia e tornerà il ramoscello d’ulivo
ad annunciare dopo il diluvio tempi nuovi.



