Negli ultimi vent’anni, l’Irpinia ha visto mutare radicalmente il suo paesaggio urbano e sociale. Non si tratta solo di spopolamento, ma di un processo più ampio che coinvolge anche il cuore pulsante della vita quotidiana: il commercio di prossimità. Le attività che per decenni hanno costituito la spina dorsale dell’economia locale – negozi di alimentari, ferramenta, librerie, mercerie, piccoli bar – sono in continuo calo. Le serrande abbassate si moltiplicano, mentre le vetrine vuote diventano simbolo visibile di un disagio che non è soltanto economico, ma culturale e sociale.
Secondo i dati forniti da Confcommercio Campania, tra il 2012 e il 2022 il numero di esercizi al dettaglio nei comuni dell’Irpinia è calato di oltre il 30%. In alcuni centri dell’Alta Irpinia, il tasso di desertificazione commerciale supera il 50%. I piccoli comuni, dove il calo demografico è più accentuato, sono i più colpiti: a fronte di una popolazione sempre più anziana e di giovani che emigrano, la domanda locale si restringe e molte attività diventano insostenibili. In paesi sotto i 2.000 abitanti, oggi si contano meno di cinque esercizi attivi, spesso concentrati nei settori alimentari o dei servizi essenziali.
A pesare sono diversi fattori. Il primo è di natura strutturale: la riduzione della popolazione residente. I dati ISTAT mostrano che la provincia di Avellino ha perso oltre 40.000 abitanti negli ultimi 15 anni, un calo pari al 10% della popolazione complessiva. Questo decremento incide direttamente sulla domanda di beni e servizi. Inoltre, l’invecchiamento della popolazione modifica le abitudini di consumo, riducendo la frequenza di acquisti non essenziali.
Il secondo elemento è legato alla trasformazione delle abitudini di acquisto. L’e-commerce, cresciuto in modo esponenziale durante e dopo la pandemia, rappresenta una concorrenza spietata per il commercio locale. In Campania, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, oltre il 60% dei consumatori fa acquisti online almeno una volta al mese. Nelle aree interne, questo fenomeno si sta diffondendo anche tra le fasce di popolazione più mature, complice la semplicità delle piattaforme digitali e la mancanza di alternative competitive sul territorio.
A questo si aggiunge un terzo elemento, meno visibile ma altrettanto decisivo: la frammentazione dell’offerta commerciale e l’assenza di strategie territoriali coordinate. In molti comuni irpini mancano piani comunali di sostegno al commercio locale, incentivi fiscali efficaci, servizi integrati. Le ZTL e i limiti alla mobilità urbana, seppure introdotti con buone intenzioni, hanno spesso avuto effetti controproducenti sui piccoli negozi, specie in assenza di politiche di accompagnamento.
Tuttavia, nonostante le difficoltà, esistono settori che resistono. In particolare, le attività legate alla filiera agroalimentare, alla vendita di prodotti tipici e di prossimità, e le imprese che hanno saputo integrarsi con l’offerta turistica locale. Il comparto enogastronomico – vino, olio, formaggi – registra un lento ma costante aumento di microattività, soprattutto nei comuni che stanno investendo in promozione territoriale. Secondo Unioncamere, nella provincia di Avellino le aziende registrate nei settori della trasformazione alimentare sono cresciute del 7% tra il 2020 e il 2023.
Un altro ambito che mostra segnali di vitalità è quello dei servizi legati alla cultura e all’artigianato. Dove esistono iniziative pubbliche o private volte a valorizzare le risorse locali (come musei diffusi, festival, percorsi di rigenerazione urbana), si registrano aperture di nuove attività – spesso gestite da giovani o da ritorni migratori – che puntano su innovazione e radicamento. Il fenomeno resta marginale in termini numerici, ma rappresenta una possibile traiettoria di resilienza.
Il commercio locale non può essere lasciato a se stesso. Per rilanciarlo servono politiche integrate e coraggiose: incentivi fiscali per le attività nei centri storici, sostegno all’innovazione tecnologica, forme di collaborazione tra operatori locali, creazione di reti tra pubblico e privato. Ma serve anche una nuova consapevolezza da parte dei cittadini: scegliere di acquistare nei negozi di prossimità, anche quando è meno conveniente, è un gesto di cittadinanza attiva. Significa investire nel proprio territorio, nella qualità della vita, nella tenuta sociale dei paesi.
In un’Irpinia che rischia di diventare sempre più silenziosa, ogni attività commerciale che resiste è un presidio di comunità. E ogni riapertura è un segnale che qualcosa può ancora cambiare. Non tutto può tornare com’era, ma molto può essere ripensato. Perché un paese senza botteghe è un paese che smette di raccontarsi. Stefano Carluccio


