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Note che attraversano mari. Intervista ad Alessandro Ebreo

Di Annarita Rafaniello 

Il 16 agosto, Nusco non sarà soltanto un borgo irpino adagiato sulle colline, ma un cuore che batte al ritmo di parole, musica e respiro collettivo. Le sue piazze, accese da bagliori che sembrano custodire segreti antichi, si trasformeranno in un’arena dell’anima, un crocevia in cui l’arte incontra la giustizia e la solidarietà si fa suono.

“Note Narranti” è il nome di questa fioritura, ed è già promessa di un incontro raro: quello fra la bellezza e l’impegno, fra il gesto artistico e la mano tesa verso chi, altrove, vive in assenza di tutto. La sua radice affonda in un’ispirazione giovane ma antica nel sentimento: quella di Alessandro Ebreo, ragazzo che non ha ancora visto compiersi il suo diciottesimo anno e già cammina con il passo di chi sa che i sogni, per esistere, hanno bisogno di mani, di fatica, di coraggio.

 

L’appello che attraversò un mare

Era giugno 2024 quando, dall’altra parte del mondo, una voce si levò. La Superiora generale delle Suore del Bene Immacolato di Maria, impegnate in Burundi, chiamò a raccolta chiunque potesse ascoltare. Quel Paese, tra i più poveri della Terra, era (ed è) una terra ferita: bambini che imparano a sopravvivere prima ancora di imparare a leggere, ospedali senza medicine, scuole senza banchi, madri che misurano il tempo con la fame dei figli.

Là, il riso è moneta preziosa e un quaderno è un passaporto verso un futuro che ancora non esiste. Il sole, quando tramonta, non lascia spazio a una quiete serena, ma alla consapevolezza che l’indomani porterà la stessa battaglia per vivere.

Alessandro, ascoltando quell’appello, non si accontentò di commuoversi. Sapeva che la pietà, se non si fa azione, si consuma come una candela al vento. Così scelse la via più impervia e luminosa: inventare qualcosa che unisse, che accendesse entusiasmo, che desse forma alla speranza con la materia dell’arte.

 

La fatica che forgia

“Note Narranti” non nasce da un ufficio, ma da un tavolo di cucina, da un telefono che squilla a tarda notte, da appunti scritti a margine di quaderni e da riunioni improvvisate nei bar. È il frutto di giorni che finiscono tardi e di notti che iniziano presto, di budget risicati affrontati con inventiva, di porte chiuse e altre aperte all’improvviso.

Attorno ad Alessandro, un manipolo di giovani compagni di strada – Raffaele Grosso, Omar Esposito, Amalia Salvi, Mattia Simpatico – ha scelto di condividere la rotta. E a guidarli, come un faro esperto, la voce di Tina Marinari, coordinatrice di Amnesty International Italia.

La prima edizione del festival ha già lasciato tracce profonde, affrontando il tema della tratta delle donne. Ma quest’anno la posta in gioco cresce: non solo musica e parole, ma una chiamata alle coscienze di ogni età, un dialogo fra piazze e popoli.

 

Il programma come partitura

Alle 18, Piazza Trinità accoglierà lo speech “Quando il mondo dorme: il genocidio di Israele a Gaza”, con la partecipazione, in collegamento, di Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, moderata dalla giornalista Paola De Stasio.

Alle 19, in Piazza De Sanctis, un aperitivo danzante con il DJ set di Pio Mangone offrirà respiro e incontro. Alle 21, il concerto di Giorgio Poi, cantautore e polistrumentista, suggellerà la giornata, intrecciando note e silenzi che resteranno nell’aria anche dopo l’ultima canzone.

 

Il miracolo di un’idea condivisa

La più grande affermazione di Alessandro non è soltanto aver concepito il festival, ma aver acceso un fuoco che altri hanno alimentato. Come in una partitura in cui ogni strumento, per quanto piccolo, trova la sua voce, così i volontari hanno scoperto che la solidarietà è un’arte corale.

C’è chi ha bussato a porte, chi ha portato casse e microfoni, chi ha scritto, chi ha diffuso, chi ha incoraggiato nei momenti di stanchezza. Insieme hanno imparato che la generosità è un contagio felice, e che persino un paese lontano può sentire il calore di un borgo che si mobilita.

 

L’eco di una chiamata indimenticabile

Parlando della prima telefonata con le suore del Burundi, Alessandro racconta di aver sentito, in quelle voci, la dignità di chi non si arrende. “È stata una delle cose più belle della mia vita” confessa. In quelle parole ha percepito non la rassegnazione, ma il desiderio di costruire: scuole dove ora ci sono solo campi, cliniche dove oggi c’è solo polvere, spazi in cui i bambini possano restare bambini.

Quella chiamata non è stata un episodio: è la radice stessa di “Note Narranti”, la prova che la distanza si misura solo in chilometri, non in sentimenti.

 

Perché esserci

Essere presenti a Nusco il 16 agosto significa varcare il confine invisibile fra chi assiste e chi intreccia, con il proprio respiro, la trama viva dell’evento. Significa diventare parte di un disegno collettivo, in cui ogni sguardo, ogni applauso, ogni silenzio consapevole contribuisce a tendere il filo che unisce i vicoli serpeggianti di Nusco ai sentieri polverosi del Burundi. Significa sedersi sotto un cielo di agosto e sapere che, grazie a questa serata, un bambino avrà una matita in mano, una madre troverà una medicina, una classe potrà spalancare varchi verso la conoscenza.

Non sarà soltanto una serata di musica e parole, ma un ponte gettato da una piazza italiana fino a un villaggio africano, un filo di voce che attraversa mari e frontiere.

E forse, quando l’ultima nota svanirà nell’aria e le piazze torneranno alla quiete, porteremo via qualcosa di più prezioso di un ricordo: la certezza che la più alta conquista non è un applauso, ma un sorriso restituito a chi non aveva più motivo di sorridere. Forse scopriremo che la vera ricchezza non è in ciò che tratteniamo, ma in ciò che consegniamo al mondo.

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