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Quell’urgente preoccupazione per Sorella Madre Terra

di Pellegrino Caruso

L’interpretazione critica del Cantico delle Creature di San Francesco non è facile, anche per rispetto delle volontà del “poverello” di Assisi, che, più volte, chiese che la sua opera fosse letta e trasmessa, a lode del Signore, “simpliciter”, senza particolari annotazioni. Eppure intorno al Cantico ruota tanta giostra di sottigliezze ed erudizione dei più dialettici ingegni della filologia italiana. Di certo il testo è epifania della lingua poetica, legata ad un epicentro in area umbra, come dimostra la presenza di forme dialettali illustri che, pur nella semplicità ripetitiva ed evidenti parallelismi , non esclude quella che Giorgio Petrocchi definì “intensità intellettuale” dell’autore, ben nota pure a Papa Francesco, autore, in tempi recenti di quella “ecoenciclica”, che ha per incipit il celebre “Laudato sì”, con vivi sentimenti di apprezzamento per il Signore, il Sole, gli astri e i quattro elementi naturali. Le parole brevi del Santo nascondono un’esperienza assoluta che lo portò ad un testo letterario e religioso, manifesto programmatico di quello che Spitzer definì antropocentrismo, in quanto ogni creatura è vista in sé ed in rapporto all’uomo. Il Cantico, coevo della più illustre tradizione della scuola poetica siciliana, è un atto di amore che non nasce isolato, ma riconducibile ad una religiosità del Duecento non monolitica, che, risolvendosi tra scelte ereticali e fedeltà alla gerarchia ecclesiastica, seppe generare nuove aggregazioni, nuovi rapporti sociali, nuove elaborazioni filosofiche e dottrinali, nuove istituzioni. Si viveva in un tempo di rigenerazione, che oggi occorrerebbe recuperare. La visione francescana, a tratti giudicata naif, resta idilliaca ma non esclude precisa elaborazione intellettuale, comune con quell’ “estetica dell’invisibile” elaborata da Ugo di S. Vittore, monastero agostiniano parigino; non si può ascendere alle verità invisibile, senza considerare quelle “visibili” che “portano significatione” del Dio creatore. Francesco si muoveva in una tradizione innografica, che si rifaceva ai Salmi biblici, cui si aggiungono echi evangelici delle Beatitudini di Luca e Matteo. Il Santo di Assisi compone il suo Cantico, risentendo di quella temperie spirituale che indusse Gioacchino da Fiore ad ipotizzare quell’età dello Spirito Santo, con attese messianiche. Ci si muoveva nell’ambito di quelle che il Pasquini definì “reazioni a catena” di movimenti spirituali da Assisi a Gubbio, Orvieto, Fabriano, Arezzo, Cortona, Urbino, Siena, Firenze e Roma. Le “Laude” ebbero redazioni scritte, variate anche per estro di copisti che non erano passivi registratori, intellettuali capaci di passare da lasse monorime a canzoni a ballo. Alcuni Laudari, come quello di Jacopone da Todi, ebbero poi un più netto carattere “personale”, lontano da estatica serenità, animato da angoscia cupa ed amara. Per Francesco, invece, è bello anche il “nubilo” che rende varia la volta celeste. La contemplazione del cosmo non esclude, però attenzione all’umanità che soffre. Il Cantico, lontano da severe apostrofi contro il mondo, si risolve in un abbraccio fraterno al Creato, in un atto d’amore verso Dio, in una “dipintura di immagini”, ancora più suggestiva, tenendo conto della cecità di Francesco e di quella salute precaria che avrebbe indotto Buongiovanni d’Arezzo a predire la vicina fine di un uomo, canonizzato a soli due anni dalla morte. La spiritualità francescana fu espressione di una Chiesa che non ebbe timore di inserirsi nel sociale, con nuove comunità monastiche, come quella domenicana e francescana, che seppero divenire dinamica presenza dell’ortodossia cristiana. Da dinamismo sono mosse anche le più recenti encicliche di Papi, tutti sensibili alle problematiche di quella “casa comune” della Terra che, come ricordava Papa Francesco, è “madre bella” ma anche “sorella che soffre”.

Se Papa Giovanni XXIII, che chiedeva con urgenza “pacem in terris “ già guardava non solo ai Cristiani ma a tutti gli uomini di buona volontà, il messaggio di Papa Francesco fu davvero ecumenico, perché rivolto a tutti noi “omnes fratres”, nessuno escluso! Il Cantico di san Francesco appare ancora più moderno se si pensa che l’“ecologia”, nata nella seconda metà dell’800 come branca della biologia che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente, compare ufficialmente solo nel 1911, mentre sono del 1969 gli studi di Glotfelty e Fromm che fissano gli ambiti dell’ “ecocriticism “, con nessi tra la letteratura e l’ambiente. Eppure nei testi letterari, sin dall’antichità, non è mai mancata l’attenzione sulle ricadute ambientali del progresso, da Seneca e Plinio il Vecchio, passando per Rousseau, poco convinto che le scienze e le arti potessero contribuire ad opportuna moralizzazione dei costumi. In ambito ecclesiastico, nel 1971 non ebbe paura di parlare alla FAO di catastrofi imminenti legate al progresso neanche Paolo VI, così come Giovanni Paolo II ha sempre ritenuto necessaria una conversione ecologica globale. In tempi recenti Benedetto XVI ribadì che il Libro della Natura è “uno” e “ indivisibile” e che la Creazione è compromessa se consumiamo solo per noi stessi.

Papa Francesco, nella sua enciclica “Laudato sì”, confermò e rinnovò l’urgenza della condivisione di problematiche importanti, in piena sintonia con il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli che ascrive a peccati dell’uomo moderno la deforestazione, l’inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria. In un frenetico contesto di una globalizzazione della comunicazione, che porta, con i vari hardware, a quasi 9 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici: occorre ricordare che il diritto ambientale è transfrontaliero e transnazionale e che gli sforzi e che, senza normativa cogente la Carta di Milano, la Dichiarazione di Stoccolma, i protocolli di Kyoto rischiano di essere tutti atti vani. Per questo non vanno mai censurati atteggiamenti critici verso il paradigma della tecnologia, chiedendo il coinvolgimento di tutti, nell’ambito di ampie linee di dialogo, garantite da dibattitti sinceri ed onesti. Solo pochi giorni fa, a Castel Gandolfo Papa Leone XIV, nell’aprire i lavori della conferenza “Raising hope on climate change” ha ribadito la necessità di una “conversione ecologica”, basata sulla presa di coscienza che “siamo un’unica famiglia, con un Padre comune che fa sorgere il sole e cadere la pioggia su tutti!

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