Di Rosa Bianco
Maurizio Pignone, Geologo dell’Ingv – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, si è parlato dell’attivazione di una “sorgente sismogenetica” nella zona di Grottolella/Montefredane: potrebbe spiegare in modo più semplice cosa significa, e come si valuta che effettivamente si tratti di una struttura attiva?
Ogni volta che c’è un terremoto o come in questo caso una sequenza di terremoti significa che si è attivata una una sorgente, che ha determinato appunto questi terremoti. noi la chiamiamo “sorgente sismogenetica”ma è conosciuta con il nome di “faglia” . Noi non conosciamo tutte le faglie presenti nel territorio quindi ne abbiamo mappate molte sulle carte geologiche, abbiamo avuto diciamo delle evidenze, delle fague più importanti perché in qualche modo a causa di terremoti più forti hanno lasciato delle tracce sul territorio ma la maggior parte delle faglie noi non le conosciamo finché poi non si genera un terremoto o una serie di terremoti e quindi facciamo un’ ipotesi che questi terremoti che si sono generati sono stati appunto in qualche modo causati dal movimento o dalla attivazione o riattivazione appunto di una faglia. Questa cosa però succede tutti i giorni in Italia in tanti luoghi e in questo caso è successo in questa area della provincia di Avellino a pochi chilometri a Nord della città.
Abbiamo appreso che la profondità delle scosse (tra circa 14 e 16 km) ha contribuito a un ‘risentimento’ molto esteso in Campania. Quali fattori geologici e geofisici concorrono a rendere più o meno percepibili le scosse, e quale importanza ha la profondità in questo caso?
Molto spesso noi non consideriamo il parametro “profondità” ma ci limitiamo a considerare la “magnitudo” di un terremoto che è l’energia che viene liberata , è la misura dell’ energia che viene liberata appunto dall’ evento sismico.
La profondità è importante perché l’effetto di un terremoto in superficie che dà origine a delle accelerazioni dipende anche dalla profondità alla quale si era originata appunto questo evento. E ovviamente quanto più è profondo l'”ipocentro” che è il punto in profondità dove si è originato il movimento e tanto più poi le accelerazioni in qualche modo vengono un po’ attenuate dalla profondità.
Tanto più è profondo l’ipocentro tanto più poi i risentimenti sono diffusi aeralmemte in un’ altra più estesa.
Qui possiamo fare subito un paragone ad esempio nelle aree vulcaniche come quelle dei campi flegrei i terremoti sono molto più superficiali, dove sappiamo che avvengono nei primi due-tre chilometri di profondità e questo fa si che le accelerazioni dovute a quei terremoti anche a magnitudo basse i terremoti sono anche importanti ma vengono risentiti in particolare all’ epicentro, poi a qualche chilometro di distanza queste accelerazioni vengono attutiti e anche i risentimenti.
Per i terremoti profondi invece come quello di sabato sera i risentimenti sono arrivati nel napoletano e addirittura nel vesuviano. Questa cosa l’abbiamo vista anche nel passato per esempio e sappiamo che nel terremoto del 1905 che è avvenuto più o meno con le stesse modalità e con la stessa magnitudo perché è stimato 4.9 ( stima degli effetti dal Catalogo CPTI , non misurata) sappiamo che fu risentito a Napoli, quindi poteva essere profondo quanto quello che si è verificato sabato scorso 25 ottobre.
Lei ipotizza che la faglia in questione possa essere di tipo inverso, rispetto a quelle estensionali più tipiche dell’Appennino. Quali implicazioni ha questo ‘meccanismo inverso’ in termini di potenziale evoluzione della sequenza sismica e del rischio associato?
Le grandi faglie appenniniche che hanno provocato i terremoti più forti come quello di 1980 e altri che ce ne sono stati sulla catena sono faglie prevalentemente estensionali, chiamate faglie dirette un po’ come quelle di Amatrice o anche quelle dell’ Aquila. Con i primi dati automatici avevamo ipotizzato che questa faglia fosse inversa ma invece è stato visto con l’ ultimo meccanismo che è stato praticamente rilasciato ieri mattina che il meccanismo del terremoto 4.0 è una faglia prevalentemente “trascorrente”. Questa tipologia di faglia è compatibile con le sorgenti dei terremoti che sono avvenuti tra il 2019 e il 2020 subito a nord di questa sequenza nel Beneventano, in particolare tra i comuni di San Leucio, Ceppaloni. Quindi ci sono delle analogie per ora.
Alla luce dell’attuale sequenza sismica (con diverse scosse e la possibilità che ve ne siano altre) e dell’elevata pericolosità sismica già nota nell’area di Avellino-Benevento, quali indicazioni darebbe ai cittadini e alle autorità locali per la preparazione e la mitigazione, sia a breve che a medio termine?
Quando c’è una sequenza sismica come questa, quindi con i terremoti di energia bassa o moderata, è sempre un’occasione perché questi terremoti, non si parla di una grande emergenza però può essere utile in questo caso testare le procedure per i comuni per testare i loro piani di intervento.
Lo strumento principe che i comuni hanno per gestire un’emergenza è il piano di emergenza comunale quindi in questo caso i comuni dovrebbero approfittare di questo occasione per vedere se il loro piano uno è aggiornato, due se vi è conosciuto dai cittadini, tre se in qualche modo è rispondente alle esigenze che si hanno sul territorio.
Per quanto riguarda la prevenzione invece esistono due tipi di prevenzione, che si chiamano: prevenzione strutturale e prevenzione non strustrutturale.
La prevenzione strutturale è una prevenzione che è legata alla riduzione della vulnerabilità degli edifici, che devono resistere alle accelerazioni causate dai terremoti. La prevenzione non strustrutturale riguarda invece i nostri comportamenti, la nostra conoscenza del fenomeno. Per esempio campagne come quella intitolata “Io non rischio” aiuta a capire ad esempio come ci dobbiamo comportare prima durante e dopo una scossa di terremoto.
È una campagna della protezione civile dedicata ai volontari che incontrano i cittadini e ricordano ai cittadini i comportamenti da tenersi in caso di terremoto.



