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Baget Bozzo e la coscienza irrisolta della democrazia

Rosa Bianco

L’articolo di Ortensio Zecchino, pubblicato su L’Osservatore Romano il 18 dicembre 2025 nel centenario della nascita di don Gianni Baget Bozzo, si colloca ben oltre il perimetro della commemorazione. Esso assume piuttosto la forma di una meditazione civile e morale su una delle questioni decisive della storia repubblicana italiana: il rapporto tra coscienza cristiana, democrazia e legittimità dell’alternanza politica.

Nel tratteggiare la figura di Baget Bozzo, Zecchino evita con rigore ogni tentazione agiografica. Ne emerge il profilo di un sacerdote-intellettuale inquieto, capace di abitare le contraddizioni del suo tempo senza addomesticarle, convinto che la fede non potesse essere ridotta né a ideologia né a garanzia di superiorità morale nell’agone politico.

La politica come luogo della decisione

Il “sogno” evocato nel titolo dell’articolo non è una formula procedurale, ma una categoria etica. La democrazia dell’alternanza, per Baget Bozzo, rappresentava il riconoscimento del limite umano nella storia: nessuna parte, nessuna cultura, nessun soggetto politico può pretendere una legittimazione definitiva o sacrale. L’alternanza diventa così il segno visibile della laicità della politica e, insieme, della sua dignità.

Zecchino coglie con precisione questo nodo essenziale: Baget Bozzo non contestava la presenza dei cattolici nella politica, ma la loro pretesa di identificare un partito, una formula o una stagione storica con il bene comune in senso assoluto. In tale prospettiva, il conflitto democratico non è una patologia da curare, bensì una condizione da accettare e governare.

Oltre il mito dell’unità politica dei cattolici

Nel ricostruire il dialogo ideale — e talora il dissenso radicale — con figure come Sturzo e Dossetti, l’articolo mette in luce uno dei punti più controversi del pensiero di Baget Bozzo: la critica all’unità politica dei cattolici, divenuta nel tempo più un dogma identitario che uno strumento storico.

Secondo Baget Bozzo, quella unità aveva finito per produrre immobilismo, subalternità culturale e una pericolosa confusione tra fedeltà ecclesiale e disciplina politica. La crisi e il crollo della Democrazia Cristiana non vengono così letti come una mera sconfitta, ma come l’esito di un ciclo storico esaurito, incapace di reggere la complessità di una società pluralista.

La coscienza contro le semplificazioni

Zecchino restituisce con equilibrio anche le scelte più discusse di Baget Bozzo, spesso liquidate come provocatorie o opportunistiche. In realtà, esse rispondono a una logica coerente: riaffermare la centralità della coscienza personale contro ogni forma di automatismo ideologico.

Per Baget Bozzo, il cristiano non è chiamato a occupare stabilmente il potere, ma a testimoniare nella storia, accettando il rischio della decisione e persino dell’errore. In questo senso, la democrazia dell’alternanza non è solo un assetto istituzionale, ma una pedagogia civile, capace di educare alla responsabilità e alla misura.

Una lezione per il nostro tempo

L’articolo di Zecchino parla con discrezione ma con forza all’oggi. In una stagione segnata dal ritorno delle identità rigide, dalla delegittimazione dell’avversario e dalla tentazione di nuove sacralizzazioni politiche, la lezione di Baget Bozzo invita a distinguere senza separare, a partecipare senza assolutizzare, a credere senza pretendere di imporre.

Inseguire il sogno dell’alternanza significa accettare l’inquietudine della storia e riconoscere che nessun ordine politico può coincidere pienamente con la verità. È questa, forse, la più esigente eredità di don Gianni Baget Bozzo: aver ricordato che la fede illumina la coscienza, ma non la dispensa dal confronto democratico.

Come ammoniva Jacques Maritain, maestro del pensiero politico cristiano del Novecento:

«La democrazia non vive di certezze assolute, ma di verità cercate insieme, nella libertà e nel rischio.»

Una frase riassume, con sobria precisione, il sogno inquieto che Baget Bozzo non smise mai di inseguire.

 

 

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