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Provincia al voto, aspettando la riforma

di Egidio Leonardo Caruso 

La storia delle province italiane ha radici molto lontane relative agli anni immediatamente precedenti l’Unità, la loro istituzione infatti risale al Regno Sabaudo (1859), quando Urbano Rattazzi importante uomo politico, figura di spicco del Risorgimento italiano, propose il nuovo ordinamento amministrativo. Nel 1946 con il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, i Padri Costituenti le confermarono inserendole nella Carta Costituzionale (Art.114), e per un’altra ventina di anni nessuno ha più messo in discussione la loro ragione di esistere almeno fino al 1970, quando il parlamento italiano decise di dare alla luce una nuova istituzione, le Regioni a statuto ordinario.

Nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione vengono ridefiniti i livelli di competenza, attribuendo allo Stato il potere di determinare le norme generali del sistema di istruzione, e alle Regioni e agli Enti territoriali, la competenza di organizzare il servizio d’istruzione e formazione sul territorio. Stato e Regioni devono comunque concorrere a definire insieme molte funzioni inerenti il sistema di istruzione, comprese l’istruzione e formazione professionale. Alcune competenze già detenute in precedenza vengono confermate, ma al contempo la sfera di competenza delle stesse si amplia, proprio nell’ottica del decentramento. Insieme a tutti i Comuni alle Province, spetta il compito periodicamente, di formalizzare le proposte di dimensionamento delle istituzioni scolastiche, secondo i criteri stabiliti dalla Regione.

A segnare un importante cambiamento nell’assetto ordinamentale dell’istituzione Provincia, è senza dubbio la Legge n.56/2014 (cosiddetta legge Delrio), che detta disposizioni in materia di: città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni, al fine di adeguare il loro ordinamento ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

Nello specifico il riordino delle funzioni delle province le trasforma in enti di area vasta, per i quali è prevista l’elezione di secondo grado a suffragio ristretto. Sono confermati come organi il Consiglio Provinciale e il Presidente della Provincia, mentre la Giunta Provinciale viene sostituita dall’Assemblea dei sindaci, non sono più i cittadini a scegliere, ma i sindaci e i consiglieri dei comuni della provincia. Sono eleggibili i sindaci della provincia il cui mandato scada non prima di 18 mesi dalla data delle elezioni. Il Presidente della provincia che resta in carica quattro anni, ha la rappresentanza dell’ente, convoca e presiede il Consiglio provinciale e l’Assemblea dei sindaci, sovrintende al funzionamento dei servizi e degli uffici; ed esercita le funzioni attribuite dallo statuto. Il Consiglio provinciale, è composto dal Presidente della provincia e da un numero di consiglieri variabile in base alla popolazione residente.

La durata del Consiglio provinciale è più breve di quella del Presidente della provincia, in quanto il Consiglio resta in carica due anni. L’Assemblea dei sindaci, composta dai sindaci dei comuni appartenenti alla provincia, è competente per l’adozione dello statuto e ha potere consultivo per l’approvazione dei bilanci; lo statuto può attribuirle altri poteri propositivi, consultivi e di controllo.

Per le elezioni dei Consigli provinciali è consentita l’espressione del voto di lista, non vale la regola del “uno vale uno” poiché, “ciascun elettore esprime un voto cosiddetto ponderato, in base ad un indice determinato in relazione alla popolazione complessiva della fascia demografica del comune di cui è sindaco o consigliere. Per ciascuna delle fasce demografiche viene determinato il valore percentuale, dato dal rapporto fra la popolazione di ogni singola fascia demografica e la popolazione dell’intera provincia“.

Nel caso della Provincia di Avellino parliamo di 118 comuni: il comune capoluogo è “il più pesante” con un indice ponderato di 397, altri comuni irpini che hanno un’incidenza rilevante sono: Ariano Irpino, Atripalda, Mercogliano, Montoro, Solofra. I comuni che invece, hanno un’incidenza minore sono la stragrande maggioranza, ce ne sono di piccolissimi come Cairano, e altri più popolosi come ad esempio, Montemarano e Fontanarosa.

Il Presidente della Provincia di Avellino Rino Buonopane, nei giorni scorsi ha firmato il decreto che fissa le elezioni provinciali al 15 marzo 2026, ma sulla data pende un emendamento del Milleproroghe, che potrebbe far slittare tutto al prossimo autunno. Un differimento verrebbe salutato con favore in quanto, in caso di voto a marzo verrebbero esclusi i rappresentanti dei consigli comunali sospesi per commissariamento, come il comune di Avellino ma non solo.

A distanza di dodici anni dall’entrata in vigore, non mancano da più parti critiche e malcontento rispetto ad una norma, che ha finito per ingarbugliare anziché semplificare la gestione del territorio. Difatti le province non sono state abolite come originariamente previsto, semmai indebolite. Alcuni punti critici meritano di essere evidenziati: l’impossibilità per i cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti, un sistema di voto altamente complesso, la discrasia fra la durata del mandato del Presidente e quella del Consiglio provinciale, inoltre nonostante si tratti di un ente di secondo grado, continua ad avere funzioni fondamentali: programmazione provinciale della rete scolastica, edilizia scolastica, pianificazione dei servizi di trasporto, gestione delle strade provinciali, tutela e valorizzazione dell’ambiente, il tutto con risorse ridotte.

All’interno della maggioranza di governo sono aperti i discorsi circa l’abrogazione della legge Delrio, procedendo in primis, ad un ripristino dell’elezione diretta del Presidente e del Consiglio, per una maggiore legittimazione democratica, in secundis, rafforzando e chiarendo funzioni e competenze. A gennaio 2026 il Senato ha approvato la Legge costituzionale di modifica dello statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia, che ripristina dopo oltre dieci anni le Province, con l’obiettivo di migliorarne anche i servizi. Sarà questa mossa a fare da apripista per una più ampia riforma di carattere nazionale?

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