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Le ragioni del No, Dinardo: “La riforma? Una magistratura più vicina al potere e più lontana dalle persone”

“Dopo aver letto la legge, secondo me scritta male e con profili di incostituzionalità, mi sono subito convinto che questa riforma non poteva passare: perché è chiaro che si tratta di un’iniziativa non giustificabile. Peraltro ritengo sbagliato anche demandare una scelta così tecnica ai cittadini: rimettere all’opinione pubblica una decisione così ostica è problematico. L’unico aspetto positivo di questa riforma è che ha risvegliato la partecipazione alla politica”. Nella sede di Avellino Scalo, è l’avvocato Pasquale Acone ad aprire l’incontro pubblico “AperiNO”, promosso dal comitato “Giusto Dire No” in vista del referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà domenica e lunedì. L’iniziativa, moderata dal giornalista Pierluigi Melillo, direttore di Otto Channel, rappresenta un momento di confronto aperto con la partecipazione di giuristi, accademici e avvocati.

Tra i relatori, il professore Carlo Longobardo, docente di Diritto Penale presso l’Università Federico II di Napoli: “Quali sono i punti fondamentali di questa riforma che non vanno bene? Sarebbe più facile dire quelli che vanno bene”. Denuncia quindi il metodo di approvazione: “Non si può pensare che una riforma costituzionale possa partire da un disegno di legge governativo, avere un doppio passaggio in parlamento senza una vera discussione e arrivare a un referendum in cui le persone non hanno capito bene cosa devono votare”. Sulla separazione delle carriere è netto: “Non risolve i problemi della giustizia”, evidenziando anzi che c’è il rischio di compromettere “l’imparzialità e l’indipendenza della magistratura”. Per migliorare il sistema giustizia serve altro: “Non abbiamo ad esempio una pianta organica completa del personale e questo incide pesantemente sui tempi”, sottolineando inoltre che “la giustizia ‘veloce’ non è sempre giustizia giusta”.

Interviene poi Diego Dinardo, giudice del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e componente della giunta ANM di Napoli, che pone al centro come gli altri relatori la difesa dell’autonomia della magistratura: “Il pericolo è quello di una magistratura più vicina al potere e più lontana dalle persone”. Invita a una lettura complessiva delle legge: “Analizzare la riforma è come guardare una tessera di un mosaico: bisogna considerare tutti gli aspetti, non solo la separazione delle carriere”.

Nel suo intervento, Daniela De Stefano, praticante avvocato e componente del direttivo AIGA di Avellino, ripercorre il proprio percorso tra tirocinio in magistratura e pratica forense, che le consente di conoscere da vicino il funzionamento della giustizia. Pone quindi una domanda centrale: “Questa riforma è necessaria e utile?”, sottolineando che il voto richiede una valutazione complessiva, senza possibilità di scegliere singole parti. Richiama i principi dell’Assemblea Costituente e cita Piero Calamandrei: “L’indipendenza della magistratura non è una garanzia dei magistrati, ma dei cittadini”, evidenziando il rischio di condizionamenti politici. Critica il metodo di approvazione, giudicato rapido e poco condiviso, e solleva dubbi sulla separazione delle carriere (già nei fatti ridotta) e il sorteggio dei membri del CSM, definito un “rimedio peggiore del male” e anomalo rispetto ai modelli europei. Sottolinea inoltre il rischio di frammentazione del sistema, con un possibile indebolimento dell’autogoverno della magistratura, contesta alcune semplificazioni del dibattito pubblico e ribadisce che “la nostra stella polare deve essere la Costituzione”, poiché l’indipendenza della magistratura resta “condizione necessaria affinché la legge sia davvero uguale per tutti”.

Prende poi la parola l’avvocato Guglielmo Scarlato, penalista del foro di Salerno, che ribadisce le ragioni del “No”: “In primo luogo per evitare di trasformare il pubblico ministero in pubblico accusatore, da cercatore di verità a cercatore di condanne”. Difende l’impianto costituzionale: “È il nostro patto fondativo e non può essere alterato a colpi di maggioranza”. Critica il sistema di sorteggio previsto: “Vengono introdotti due tipi diversi di sorteggi: questa asimmetria rende squilibrato il rapporto”. Sulla divisione nel Paese osserva: “C’è una spaccatura nell’avvocatura, nella magistratura, nella politica:  è responsabilità di chi ha voluto una riforma a colpi di maggioranza”. Ricorda infine: “Le riforme costituzionali si fanno con maggioranze molto larghe”.

A concludere è Fabrizio Ciccone, giudice del Tribunale di Avellino, che sottolinea come la partita referendaria sia “apertissima, si gioca all’ultimo voto”. Denuncia i rischi della riforma: “Altera in maniera irreversibile gli equilibri tra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato”. Evidenzia inoltre le finalità sottese: “Indebolire progressivamente la magistratura ordinaria e ridimensionarne il potere di controllo della legalità”. E conclude: “Siamo convinti che ci possa essere una vittoria del No a difesa del sistema costituzionale e dell’equilibrio dei poteri”.

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