Il senatore Enzo De Luca è tra i fondatori del Pd ed è da tempo un punto di riferimento della politica irpina. Sempre dalla stessa parte, per coerenza, idealità, moralità e impegno politico.
De Luca, partiamo dal referendum: il risultato è stato inaspettato?
Il risultato va letto con attenzione. È un segnale che i partiti, soprattutto in una fase di crisi, devono saper cogliere. Non è solo un esito elettorale: è un messaggio politico forte.
Soprattutto i giovani hanno reagito per difendere i valori della Costituzione e della democrazia, percependo il rischio – sempre più evidente a livello internazionale – di una deriva verso forme di democrazia illiberale.
Lei parla di rischio democratico. È così concreto?
Sì, oggi c’è il rischio di un avanzamento delle democrazie illiberali. È più alto di quanto immaginiamo.
Mentre si votava per il referendum, esponenti del governo italiano erano impegnati a sostenere modelli come quello di Viktor Orbán. Questo dovrebbe far riflettere.
Per fortuna abbiamo un punto di equilibrio come il Presidente Sergio Mattarella, che rappresenta una garanzia non solo nazionale, ma anche internazionale.
Perché avanzano i regimi illiberali?
Perché manca il confronto politico, manca il dibattito. Lo sappiamo bene noi in Irpinia, che vantiamo una tradizione politica altissima: da Francesco De Sanctis a Guido Dorso, intellettuali che, per la loro visione, sono stati riferimento nazionale. Oggi, invece, manca il confronto sui grandi temi.
Il voto dei giovani è di protesta o di costruzione?
Non è rabbia, è partecipazione consapevole.
Hanno difeso la Costituzione: questo è il punto centrale. E i partiti devono cogliere questo messaggio.
Il Pd ha saputo intercettare questo segnale?
Deve farlo meglio. Il Pd è un partito interclassista, ma oggi spesso non coinvolge abbastanza.
Gli iscritti non partecipano, si ha paura del confronto, perfino di un vero congresso provinciale. Questo indebolisce il partito e, più in generale, la politica.
Lei ha richiamato la grande tradizione del cattolicesimo democratico irpino: dove sono i cattolici nella politica?
È una domanda centrale. Se non recuperiamo la presenza dei cattolici, sarà difficile costruire un’alternativa credibile alle destre.
La storia della democrazia italiana nasce da figure come Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Aldo Moro.
Oggi iniziative come quelle promosse da Dario Franceschini vanno nella direzione giusta: recuperare cultura politica e formazione.
Perché i partiti non riescono a coinvolgere?
Perché si sono chiusi. Non discutono, non formano, non aprono spazi.
Una volta c’erano scuole di formazione, dibattiti continui, confronto sui territori. Oggi tutto questo è scomparso.
E senza partecipazione, la politica diventa interesse di pochi.
E questo porta all’astensionismo?
Esattamente. Quando il cittadino non vota, la democrazia si indebolisce.
E spesso, in questi vuoti, si inseriscono interessi distorti, perfino la criminalità organizzata.
Siamo a ridosso delle amministrative. Si vota anche nel capoluogo di Avellino. Il centrosinistra deve scegliere un candidato sindaco: come si fa?
Il ritardo nell’individuazione di un candidato è il segno della crisi della politica.
Un tempo i candidati ci sarebbero già stati. Oggi no: si discute solo all’ultimo momento.
Questo non è un problema tecnico, ma culturale e politico.
Le primarie possono aiutare?
Sono uno strumento utile, ma non risolvono tutto.
La scelta resta politica: se non c’è un progetto, si può anche fare a meno delle primarie.
Prima viene l’idea, poi il nome.
Lei insiste molto sulla riorganizzazione dei servizi, come acqua e rifiuti.
Perché sono centrali per lo sviluppo.
Acqua, rifiuti, depurazione sono questioni decisive, eppure spesso non se ne discute seriamente.
Ci sono leggi, come quella sui rifiuti, ferme da anni: questo è il vero problema.
Ad Avellino, il presidente della Provincia Rino Buonopane sta andando nella direzione giusta, tutelando la gestione pubblica del servizio con IrpiniAmbiente. Sta attuando la legge sui rifiuti, così come approvata grazie all’assessore Fulvio Bonavitacola.
Anche per quanto riguarda l’Alto Calore, la nuova manager Alfonsina De Felice, che ha sostituito il compianto Michelangelo Ciarcia, sta lavorando bene per salvare la società dal fallimento, preservando la gestione pubblica dell’acqua, come promesso anche dal presidente della Regione Roberto Fico.
Quanto pesa oggi la questione ambientale?
Moltissimo. È un tema globale.
Le encicliche di Papa Francesco hanno indicato una strada chiara.
In Europa si registrano centinaia di migliaia di morti legate all’inquinamento: non possiamo ignorarlo.
E poi c’è la questione sicurezza.
È un tema serio: gli episodi criminali sono in aumento.
Ma la sicurezza si costruisce anche con la presenza dello Stato, con istituzioni forti e con la partecipazione dei cittadini.
Oggi non si discute nei partiti, né tra i partiti, né con le associazioni: questo blocca tutto.
Le associazioni possono colmare questo vuoto?
Possono aiutare, ma non sostituire la politica.
Devono essere uno stimolo, un pungolo, ma la responsabilità resta dei partiti.
Condivide l’idea che si sia spezzato il rapporto tra politica e società?
Sì. Quel filo si è spezzato simbolicamente con l’uccisione di Aldo Moro.
Da allora la distanza è cresciuta. Oggi dobbiamo ricostruirla.
Lei parla di “umanizzazione della politica”.
Sì, serve recuperare il rapporto umano.
Oggi nei partiti si litiga come se si fosse nemici, ma fuori il partito è uno solo.
La politica deve tornare a essere servizio, non gestione del potere.
Come si fa? Ad esempio, che fare ad Avellino dove si vota?
Bisogna organizzare subito una conferenza programmatica aperta.
Coinvolgere partiti, associazioni, mondo culturale. Discutere dei problemi e poi scegliere i candidati.
Non il contrario.
Un giudizio sul presidente della Regione Roberto Fico?
Ha una qualità importante: la capacità di ascolto.
Sta dando attenzione alle aree interne e cercando di inserirle in una visione più ampia di sviluppo. È un segnale positivo.
Il Sud può ripartire dai giovani?
Sì, questo voto del referendum lo dimostra.
Nel Mezzogiorno i giovani hanno partecipato in modo significativo: è un segnale forte.
Se i partiti non lo colgono, il rischio è il declino della democrazia.




