“Era un filosofo insolito, vagabondo del pensiero, viandante senza fisso dimora sui sentieri della conoscenza, senza mai perdere le tracce dell’intellettuale più amato della cultura irpina, Guido Dorso”. Sceglie le parole dell’amico Tommaso La Rocca il professore Nunzio Cignarella, vicepresidente del Centro Dorso, per ricordare la figura di Francesco Saverio Festa, filosofo capace di visioni sempre nuove e docente all’Università di Salerno, nel corso del confronto al Circolo della Stampa promosso dall’associazione Insieme per Avellino, guidata da Pasquale Luca Nacca a 7 anni dalla morte. “Era un uomo che non passava inosservato ad Avellino, città a cui era profondamente legato – prosegue Cignarella – aveva una sorta di divisa che indossava sempre, con il suo impermeabile e i suoi occhiali scuri. Lo avevo conosciuto al Centro Dorso, di cui era stato anche componente del comitato scientifico, condivideva con Dorso l’anelito verso una società più giusta e più libera, senza distinzioni tra servi e padroni e aveva portato avanti il suo impegno per un Mezzogiorno più consapevole, anche attraverso i suoi scritti. Malgrado il suo disincanto, era riuscito a realizzare una delle sue utopie più belle con il Borgo dei Filosofi, portando pensatori del calibro di Bauman tra i monti dell’Irpinia, riuscendo a sensibilizzare i giovani e ad avvicinarli alla filosofia. Conservo, tuttavia, l’amarezza di non aver potuto sostenere, come assessore alla cultura, la rassegna a causa delle esigue risorse finanziarie del Comune di Avellino”.
Il professore Vincenzo Fiore , suo allievo, parla di una “figura sfuggente, che appariva un moderno Diogene, ironico e disincantato con i suoi giornali la sua agendina, su cui campeggiavano i nomi dei grandi filosofi del panorama italiano e internazionale con i quali aveva un confronto costante. Si sottraeva a ogni definizione ma al tempo stesso aveva costruito l’esperienza intellettuale più viva con Il Borgo dei filosofi. Era sempre capace di operare su livelli, amava costruire connessioni, legami tra piani e mondi differenti. Era una presenza che lasciava il segno. Era convinto che ogni parola andasse pensata, che la sfida della scuola e dell’università fosse giocare al rialzo. Aveva un suo modo personale di intendere la didattica come la vita. Molto spesso l’insegnamento vero cominciava quando la lezione finiva. Il suo era una sorta di laboratorio permanente. Ricordo di aver fatto lezione con lui il sabato sera lungo il Corso di Avellino. Si scherniva dicendo che non aveva allievi, nè si considerava un maestro. Non trasmetteva certezze ma esercitava il dubbio. Lo faceva a partire da improvvise deviazioni durante le sue lezioni con domande spiazzanti che univano universi lontani. Sapeva essere duro ma il suo era un modo di prendere sul serio l’interlocutore, di stimolare il pensiero critico. Ogni esame era come una lezione. E poi ricordo quel gesto teatrale che faceva, quando qualcosa non lo convinceva, si portava le mani al volto e chiedeva ‘Ma lei è proprio sicuro di quello che sta dicendo?”.
Commosso il ricordo della prof.ssa Michela Monaco, docente all’Università del Sannio: “Ti trascinava in avventure memorabili, insieme a Gaetano Vardaro aveva portato ad Avellino nomi di primo piano della musica, come Maurizio Pollini, trasformando il capoluogo in una piccola capitale della cultura. Era un visionario. Avrebbe riso del titolo scelto per l’incontro, lui che amava definirsi ‘ragioniere’ ma le ragioni del dialogo sono sempre state al centro del suo percorso. Era in grado di dialogare con tutti. Riusciva a inventare cose incredibili anche in ambiti lontani dal suo. Ricordo che riuscimmo a portare qui Gaetano Manfredi che è oggi sindaco di Napoli. Ci manca tanto”. Il preside Giovanni Tranfaglia, suo compagno di scuola al liceo Colletta, ne ricorda la capacità di cercare sempre un confronto tra posizioni diverse, di vivere la vita senza rinunciare alle sue convinzioni, nel segno della coerenza con le idee in cui credeva, pone l’accento sulla sua statura di pensatore sempre attento al legame tra politica e filosofia, animato da una forte passione etico-civile proprio come Guido Dorso, di cui fu un attento studioso: “Come Dorso, avvertiva un duplice sentimento di amore e insofferenza per la sua città, in una tensione che lo portava a guardare all’Europa, a una dimensione internazionale, di qui la sfida del laboratorio politico-sindacale realizzato con Vardaro, espressione dell’attenzione alla cultura e alla politica come occasione di riscatto del Sud “.




