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Quando l’autonomia non è separazione

di Virgilio Iandiorio

Mi sono imbattuto nella parola “ autoctonato”, che avrei giurato essere un neologismo, se non l’avessi letta nel numero di ottobre-dicembre 1825 del periodico milanese Annali Universali di Statistica Economia Pubblica etc. E’ chiaro che il sostantivo ha a che vedere con “autoctono”; ma il suffisso –ato indica, dicono le grammatiche, nomi di stato, titolo, grado, dignità (governatorato, priorato, cavalierato) o valore locativo, (commissariato, rettorato) o valore temporale (papato, consolato, comparato, maggiorascato). Il suo significato è spiegato nello stesso periodico milanese:” Il rintracciare quindi le origini delle città o dei popoli fu sempre malagevole impresa, e specialmente per l’Italia, nella quale per la molteplicità degli accessi, molti e diversi, e da varie parti poté avere concorrenti, senza però potere discernere quali fossero i primi e quali i secondi, non essendoci rimaste tracce positive di tali avvenimenti onde nei pochi cenni che ci lasciarono gli scrittori potere fondare qualche probabilità”.

E’ una “mania” tutta nostra provinciale di trasferire nel passato il senso dell’appartenenza dei giorni nostri; o, peggio ancora, dedurre l’importanza del luogo dalla fugace presenza in esso di un grande personaggio.

Ogni anno il 25 aprile è festa grande a Manocalzati  in onore del patrono San Marco Evangelista, che ha dato anche il titolo alla Parrocchia fondata nel 1572. La chiesa parrocchiale, che custodisce la statua del Santo, è posta al centro del Paese, quasi a voler indicare la volontà di quegli antichi abitanti, che vivevano sparsi in tanti casali, di ritrovare nella fede allo stesso Santo l’unità della comunità. Manocalzati, infatti, era formato da due casali, uno “o paese e coppa” e l’altro “o paese e vascio”. Tra i due abitati si estendevano i campi coltivati. Dopo la seconda guerra mondiale questo spazio è stato occupato dagli edifici pubblici del Municipio, dell’Asilo Parrocchiale, della Scuola Primaria. La rivalità tra i due abitati, in passato molto più evidente e accesa, oggi è abbastanza sopita.

La chiesa parrocchiale è nella parte bassa del Paese, perciò anche la festa con le luci, l’orchestra, le bancarelle si concentra intorno a questa; ma la statua del Santo in processione veniva, e viene portata per tutte le vie del paese, cioè di Casal Soprano e di Casal Nuovo.

Provate ad immaginare che cosa sarebbe la nostra esistenza se fossimo sprovvisti di memoria. I nostri sentimenti, le nostre idee, i nostri pensieri, il nostro passato, la nostra vita insomma svanirebbe; o meglio saremmo condannati a vivere in un eterno presente.

“Nella sala immensa della memoria” il ricordo fa rivivere i fatti, le persone e gli eventi del passato. “E là –scriveva S. Agostino nelle Confessioni– mi faccio incontro a me stesso, ricordo me stesso, quello che ho fatto e quando e dove, quali emozioni abbia avuto nel farlo. E là sono tutti i ricordi delle esperienze o delle affermazioni credute. E ancora da quel deposito traggo confronti delle cose di propria esperienza o credute per esperienze altrui, queste e quelle collego a casi passati, e da esse deduco quello che farò, gli eventi, le speranze, tutto come se mi fosse davanti”.

Per quanto fantastiche possano essere le storie narrate sui due casali di Manocalzati, la leggenda suppone sempre un legame qualsiasi o storico o topografico con la realtà, uno scopo di carattere religioso o civile valido a esaltare la vita sociale del gruppo, un’amplificazione ideale di un fatto, che viene elevato a simbolo della storia, degli ideali sociali e morali del popolo che lo crea. E sotto questo aspetto la leggenda sulla formazione dei due casali, che prenderebbero il nome da un’antica matrona romana di nome Manunzia, come ipotizzava il sacerdote manocalzatese Lorenzo Accomando, simboleggia ciò che vi è di essenziale nel pensiero e nelle aspirazioni dell’anima popolare. La leggenda lavora, anche in maniera inconsapevole, sul dato storico o sociale per innalzarlo a valore rappresentativo del gruppo in cui prende forma. Nel nostro caso, lo spirito di autonomia, non di separazione, della comunità.

 

 

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