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La svalutazione del sociologo e un welfare ridotto all’osso

Arriva dalla sociologa Maria Ronca un’amara riflessione sul ruolo a cui oggi è relegata la figura del sociologo:

Viviamo in un’epoca di grandi slogan sulla “prossimità” e sulla centralità dei servizi al cittadino, ma la realtà descrive un Welfare ridotto all’osso. Un sistema in cui la figura del sociologo viene sistematicamente svalutata, marginalizzata e, nei fatti, sostituita da chiunque attraverso la nuova formula magica del mercato del lavoro odierno con contratti regolari ma “fuffa”, sottopagati e privi di tutele.

In ventisette anni di esperienza sul campo, tra selezioni pubbliche e private, posso dire di averle viste davvero tutte. Ma l’evidenza che oggi grida vendetta è una sola: il sociologo non è, e non sarà mai, il “surrogato” di altre figure professionali. Così come nessun’altra professione può sostituire la visione macroscopica, analitica e strutturale che il sociologo porta con sé.

Dalla visione d’insieme all’intervento mirato

Il cuore del problema sta nella comprensione della filiera del sociale. L’educatore e l’assistente sociale svolgono un lavoro fondamentale e insostituibile di intervento diretto sulla persona o sul piccolo gruppo. Ma senza il sociologo – colui che analizza i bisogni profondi della comunità, progetta le politiche territoriali, mappa le nuove povertà e valuta l’impatto scientifico dei servizi – il sistema diventa un “servizio monco”. Manca, di fatto, la testa pensante che raccorda e coordina il tutto.

Oggi vige la logica cieca del massimo risparmio. Spesso la Pubblica Amministrazione e gli enti gestori preferiscono figure con inquadramenti contrattuali “a costo contenuto”, spacciando la precarietà e la flessibilità per efficienza. Il risultato? Professionisti preparati vengono mandati a casa e i servizi perdono drasticamente di qualità, ricadendo come un macigno sulla pelle dei cittadini.

Il corto circuito tra università e mercato

È giunto il momento di chiedere conto a chi di dovere. È necessario un intervento forte e deciso da parte del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Fisciano (Salerno) e delle associazioni di categoria, come l’ANS (Associazione Nazionale Sociologi) o l’ASI (Associazione Sociologi Italiani). Non è tollerabile non avere voce in capitolo mentre si assiste al declassamento di una professionalità che rischia di restare definitivamente fuori dal mercato del lavoro.

C’è un corto circuito totale tra il mondo della formazione e le istituzioni. Non si può continuare a formare dottori in Sociologia, richiedendo tesi magistrali rigorose e standard accademici elevatissimi, se poi le stesse istituzioni non si battono per il riconoscimento legale e per l’inserimento obbligatorio di questa figura nei bandi pubblici e nei tavoli di programmazione dei Piani di Zona. Se queste sono le premesse, non dobbiamo meravigliarci delle storture di un Paese alla deriva.

La dignità non si svaluta

Ho 52 anni e ho dedicato una vita intera alla ricerca e alla sociologia, mossa da un amore profondo per questa disciplina. Vedersi calpestare ogni volta fa male. Sentirsi chiudere l’ennesima porta in faccia dopo un colloquio, liquidata con la scusa del “tallone d’Achille” – che spesso è solo un paravento per non contrattualizzare le competenze al giusto valore – è una ferita che duole.

Ma il problema non sono io, è il sistema che ha perso la bussola. Se chi pianifica il sociale non possiede gli strumenti culturali ed empirici per capire il territorio, le risposte ai bisogni delle famiglie più povere o vulnerabili saranno sempre burocratiche, fredde e, nei casi peggiori, fallimentari.

È sacrosanto non starci. È sacrosanto denunciare questa svalutazione vissuta sulla propria pelle e pagata con i propri sacrifici dopo un anno di porte in faccia. La mia professionalità ha valore. La sociologia ha valore. La rassegnazione non mi appartiene e non permetterò che sfumi un ruolo determinante in una società che cambia velocemente, ma che dimentica di dare dignità ai lavoratori seri e preparat

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