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Caposele, dall’esempio di San Gerardo un monito per il presente

Il convegno che si è tenuto l’11 giugno presso il Santuario San Gerardo Maiella a Materdomini di Caposele, non è stata solo l’occasione per ricordare la figura di San Gerardo Maiella, ma anche la possibilità di ricucire la vita del santo con le comunità irpine e lucane che lo hanno visto nella sua attività di missionario sui generis, tanto da valergli l’appellativo di “pazzerello di Dio”.
In realtà Gerardo Maiella, nato a Muro Lucano (Pz) 300 anni fa, fu una figura totalmente originale nel panorama di santità dell’epoca, seppur germogliato dalla stessa radice del fondatore dei Redentoristi, il Padre della Chiesa Alfonso Maria De Liguori.
Ma, andiamo con ordine.
All’interno del ricco programma pensato per i tre secoli dalla sua nascita, il convegno aveva per tema: “San Gerardo Maiella: testimone del Redentore ed evangelizzatore degli abbandonati, nel solco del carisma alfonsiano”.
Dopo i saluti del Rettore del Santuario Padre Serafino Fiore, il primo intervento è stato affidato alla prof.ssa Filomena Sacco.
La docente di Teologia morale sistematica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma si è soffermata sull’ambiente storico e sociale in cui vissero San Gerardo e Sant’Alfonso Maria de Liguori. Il periodo era davvero difficile per una diffusa povertà, in cui si inseriva un’immensa quantità di gente umile di spirito e ignorante perché c’era l’impossibilità di potersi creare una cultura.
In questo contesto «Sant’Alfonso spese la sua vita per gli abbandonati – come afferma la professoressa Sacco –. San Gerardo era una persona che veniva dalla categoria dei poveri e abbandonati, quelli che oggi sono i migranti senza futuro, gli anziani soli, i giovani inascoltati. Bisogna avere il coraggio del presente. Siccome non esistono risposte semplici alle domande che la storia ci impone, bisogna stare dritti, in piedi, con le mani sporche dell’impegno nel fango della strada. Perché, come Sant’Alfonso ha insegnato a San Gerardo, la salvezza è per tutti.»
Poi è stata la volta di Mons. Antonio De Luca, Vescovo di Teggiano-Policastro, il quale ha affermato che Sant’Alfonso riconobbe in San Gerardo un vero Redentorista: fu un effettivo discepolo e testimone del Redentore.
Gerardo Maiella lasciò la sua vita iniziale per intraprendere un cammino di fede, senza alcuna certezza per il suo futuro, per una finalità assurda ed entusiasmante: voleva conformarsi a Cristo.
Così, «negli anni – sostiene Mons. De Luca – il corpo sofferente di Gerardo, inizia ad assomigliare a quello sofferente di Cristo.»
Difatti, per la sua salute malferma, diverse volte i Cappuccini rifiutarono di accoglierlo nell’ordine, ma lui non si avvilì, fino a che Sant’Alfonso non lo prese tra i suoi Redentoristi. San Gerardo, nella comunità redentorista, visse in umiltà il suo sevizio, esercitava sempre le mansioni più modeste, nel rispetto profondo del prossimo e dei confratelli, mostrando «la sua delicatezza d’animo. Visse una vita in ascolto delle istanze dei poveri del suo tempo.»
Quindi ha preso la parola Padre Antonio Di Masi. Il Docente emerito di Sacra Scrittura ha introdotto il suo intervento con un paragone tutt’altro che ardito tra Gerardo Maiella e Francesco d’Assisi. «Gerardo, come Francesco d’Assisi, segue una modalità totalmente propria. Non è mai salito su un pulpito, pur parlando, quale missionario, con un’infinità di persone. Ambedue erano laici, illetterati, popolari.»
Coevo del fondatore Sant’Alfonso, Gerardo entrò appena diciassette anni dopo la nascita dei Redentoristi.
Di Masi individua la sintesi della spiritualità Gerardina nel foglietto che lasciò alla povera madre, quando scappò di notte per seguire i Redentoristi che partivano da Muro Lucano. Sul pezzo di carta c’era scritta la celebre frase: “Vado a farmi santo”.
L’ultimo relatore, Padre Sabatino Majorano, ha approfondito il patrocinio della vita nella maternità e nella neonatalità. Il docente emerito di Teologia morale sistematica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma ha sottolineato il brevissimo periodo in cui Gerardo visse all’interno della Congregazione: solo sei anni. Di questi, tre furono spesi per il noviziato, degli altri tre per alcuni mesi non poteva avere rapporti con persone al di fuori del convento dove viveva, a causa delle accuse infondate di una donna.
Il paradosso espresso da Padre Majorano è: «Eppure la sua venerazione si diffuse immediatamente, già durante la sua vita, e in modo impensabilmente esteso geograficamente. Le agiografie sono piene di aneddoti, ma vanno lette le fonti. Gerardo ha una particolare attenzione per le madri come frutto del suo rapporto intenso con la madre; il padre era morto che lui era molto piccolo. In più, è stato un uomo che “si è fatto grembo per le persone che incontrava”, come ci ha ricordato di recente Papa Leone XIV. La maternità è un problema che riguarda tutta la comunità, oltre alla necessità della scelta esclusiva della donna. Non si può lasciare una donna sola davanti alla maternità: le diventerebbe solo un peso. La maternità è una gioia, ma vanno fatte scelte perché tale gioia sia vissuta pienamente. Non ascoltiamo le ideologie, però ascoltiamo la vita. Vita significa accoglienza, accoglienza reciproca. Una società che riscopre l’accoglienza, si fa vita.»
Dopo aver moderato gli interventi, è spettato a Mons. Pasquale Cascio, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, offrire le conclusioni. Prima ha annunciato la pubblicazione degli atti del convegno, quindi ha sintetizzato i vari passaggi dei diversi relatori.
«La santità di Gerardo nasce dalla Parola. Come Francesco d’Assisi, anche Gerardo accoglie la Parola di Dio “sine glossa”, ovvero la vive in verità e semplicità, senza alcune interpretazioni che si discosti dal testo originale. Gerardo si avvicina a Maria, grembo di Gesù, il figlio di Dio. Indica, così, la strada alla Chiesa, che è madre, se si fa grembo vero e accogliente dell’umanità.»
Il santo di Muro Lucano porta nel suo corpo le sofferenze degli altri, si offre per alleviare le difficoltà altrui, si fa prossimo. Infine, «la pietà popolare dice l’ecclesialità del nostro popolo.» Non va trattata ancora come la peste, da allontanare o quantomeno da purificare, va assunta e in essa lette le intenzioni dei fedeli.

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