In marcia per non chiedere più a nessuno il permesso di esistere. per rivendicare con forza il diritto alla felicità. In marcia al ritmo di musica e slogan, tra canti, balli e proteste, accompagnati da bandiere e striscioni. L’Irpinia Pride 2026 sfila ad Atripalda, partendo da Piazza Umberto I e attraversando in lungo e in largo la cittadina del Sabato.
“Non sono la madrina né il padrino del Pride”, si schermisce Priscilla, drag queen, attivista e attrice. “Non accetto questa idea. Manifestazioni come queste non hanno bisogno di padrini o madrine. Sono piuttosto la zia che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la confidente, la persona di fiducia che dice le cose in maniera diretta e senza mezzi termini”.
Per Priscilla i diritti vanno difesi sempre e ovunque, in ogni occasione: “Il Pride è fondamentale soprattutto nelle piccole realtà, dove non è facile organizzare iniziative come queste perché mancano finanziamenti e convenzioni. Ecco perchè scelgo di partecipare a questi pride, poichè sono quelli che maggiormente hanno bisogno di sostegno”.
Alzare la voce contro l’intolleranza e la negazione dei diritti, contro ogni forma di fascismo è sempre più necessario: “Dopo la manifestazione dell’estrema destra sulla cosiddetta ‘remigrazione’, che in realtà è una deportazione, c’è ancora molto da fare. I diritti, anche quando sembrano acquisiti, non vanno mai dati per scontati. Qualcuno sta provando a disumanizzarci ma noi reagiamo con la gioia. Noi siamo qui perché non chiediamo più il permesso a nessuno il Pride deve essere intersezionale perché non esiste giustizia che lasci indietro qualcuno, che siano migranti o sex workers. La comunità queer non lascia indietro nessuno”. E sottolinea come “Siamo qui anche grazie a chi ha lottato prima di noi quando la lotta era più difficile”. Ricorda Ciro Cascina, la nostra Ciretta “custode delle tradizioni, che ha sempre rifiutato qualsiasi etichetta. Siamo qui per le vittime dell’odio e della discriminazione, per chi è stato lasciato solo quando aveva più bisogno di essere amato e protetto. Marciamo anche per loro perchè la memoria è una forma di giustizia. I diritti lgbtq plus non possono diventare un alibi dietro cui nascondere i diritti di altri essere umani. La nostra liberazione non sarà mai completa se costruita sulla sofferenza del popolo palestinese, di tutti i popoli oppressi. Sostenere il diritto all’autodeterminazione non significa annullare le differenze culturali ma riconoscere che ogni ingiustizia riguarda tutto e tutti”. E ricorda come “Ogni giorno i governi di destra inventano un nemico da colpire, i migranti, la comunità queer, poichè l’odio è l’unica proposta politica che hanno”.
A fare da padrone di casa il sindaco di Atripalda, Paolo Spagnuolo: “Atripalda vuole continuare a essere una città dell’inclusione e contro ogni discriminazione. Ottant’anni fa la Costituzione ha sancito il principio di uguaglianza e di libertà personale e libertà di orientamento sessuale: dobbiamo continuare a lavorare per renderlo effettivo. Vogliamo città colorate, nelle quali prevalgano il rispetto e l’amore”.
A partecipare al corteo anche il sindaco di Avellino, Nello Pizza: “Con il Pride difendiamo un diritto costituzionale. Faremo di tutto, come amministrazione, per tutelare il diritto al libero orientamento sessuale. Mi auguro che si possa tornare a discutere del disegno di legge Zan. Nelle prossime settimane incontreremo tutte le associazioni che hanno diritto a una sede e a spazi adeguati”.
Tocca quindi a don Vitaliano Della Sala: “Un tempo vescovi e cardinali dicevano che a Roma i gay non erano i benvenuti. Oggi porto con orgoglio il colletto: la Chiesa e la nostra società hanno compiuto molti passi avanti. C’è una frase di papa Francesco, semplice ma efficace: “Chi sono io per giudicare un gay?”. Da quel momento è cambiato molto nel rapporto tra la Chiesa e questo mondo.
Non tutto va bene, certo: c’è ancora chi, nella Chiesa e nella società, tenta di mettere in discussione diritti che sembravano acquisiti. Ce lo ricorda anche il generale Vannacci.
Ma che l’amore non sia peccato lo dice il Vangelo. Dove c’è amore non c’è peccato. Mai. Il peccato è l’omofobia, è la violenza nei confronti dell’altro. Nel Vangelo il Regno di Dio viene paragonato a un albero dai rami grandi e robusti, capaci di accogliere ogni specie di uccello. Io immagino una Chiesa e una società così, nelle quali ognuno possa costruire il proprio nido. L’importante è avere pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa e nell’umanità. Mi auguro che ci sia posto per tutti. Dobbiamo però difendere sempre i diritti, con i denti e con le unghie”.
Per Natascia Maesi, presidente nazionale di Arcigay, manifestare ad Avellino significa ripartire dalla provincia, spesso raccontata come un luogo arretrato: “Invece la provincia conosce il margine e il valore del riscatto. Chi vive lontano dai grandi centri sa cosa significhi dover costruire opportunità dove sembrano non esistere. Per questo essere qui ha un significato particolare. Nei territori più periferici nascono spesso le reti più solide e le comunità più resilienti, e la nostra è una di queste.
Viviamo in un tempo di democrazia fragile, in cui il dissenso viene considerato un problema e la protesta una minaccia. La sicurezza, da diritto collettivo, rischia di trasformarsi in uno strumento di repressione.
Quando una società attraversa crisi profonde, economiche, sociali e culturali, c’è sempre chi propone soluzioni semplici: trovare un nemico, indicare un bersaglio, costruire un mostro. I migranti, le persone trans, le famiglie monogenitoriali, chiunque metta in discussione l’ordine costituito.
Il fascismo non arriva mai dichiarandosi tale, ma promettendo ordine e protezione e chiedendo in cambio obbedienza. Lo vediamo quando si restringono gli spazi della partecipazione democratica, del giornalismo libero e del diritto di manifestare. In questo contesto prosperano le campagne d’odio.
Lo vediamo quando le famiglie monogenitoriali vengono trattate come un problema, quando la legge 40 impedisce alle donne single e a molte coppie di accedere alla procreazione medicalmente assistita, quando le persone trans vengono sorvegliate, marginalizzate e cancellate attraverso un uso strumentale del concetto di consenso.
Oggi ci viene detto che, per parlare di sessualità e di rispetto delle differenze nelle scuole, serve un’autorizzazione, come se raccontare la pluralità delle famiglie fosse un rischio”.
Secondo Maesi bisogna continuare a lottare: “La liberazione del popolo LGBTQIA+ passa attraverso la liberazione di tutte le persone oppresse, a partire dal popolo palestinese”.
Porpora Marcasciano, attivista e scrittrice, sottolinea che “essere qui oggi è importante perché dimostra che esiste una comunità viva e determinata. Da qui parte una piccola rivoluzione” E osserva che, “più che di nuovi diritti, oggi dobbiamo parlare del diritto a essere e a vivere con dignità, perché ciò che viene messo in discussione negli ultimi anni, e forse ancora di più negli ultimi mesi, è la nostra stessa esistenza. Dagli Stati Uniti è partita quella che viene definita una battaglia contro il cosiddetto ‘gender’, che in realtà prende di mira soprattutto le persone transgender. Questo produce conseguenze molto pesanti in termini di violenza, emarginazione ed esclusione sociale.”
“Un Pride in una realtà come Avellino – sottolinea – è, per certi versi, ancora più importante dei grandi Pride delle grandi città, che ormai hanno una partecipazione consolidata. Qui siamo davanti a un punto di partenza. Questi territori rappresentano luoghi da cui costruire il cambiamento. Io credo che Avellino sia interconnessa con il mondo esattamente come Roma, Bologna o Parigi. Avellino non è periferia dei diritti: è parte della stessa realtà globale.”
Giuseppina La Delfa, già presidente di Famiglie Arcobaleno, ricorda le storiche battaglie portate avanti per consentire a gay e persone trans di avere una famiglia. Guardando al presente, La Delfa afferma che oggi quei figli hanno ormai vent’anni, lanciando un appello accorato e generazionale ai più giovani: “Quello che vi dico è di non permettere a nessuno di decidere per voi, né ai vostri genitori, né ai professori, e se avete momenti difficili. Abbiate fiducia in voi e ricordate che la vita è meravigliosa”.
Al corteo sfila anche Alessio Marzilli, modello e attore: “Serve soprattutto la volontà della politica di aprirsi realmente al mondo LGBTQIA+. Bisogna continuare – dice – a lottare ogni giorno perché c’è ancora moltissimo da fare. Occorre riconoscere quei diritti che ancora oggi non vengono garantiti a tutti. Questa è la priorità. Quando i diritti saranno davvero uguali per tutti, allora potremo dire di aver raggiunto un traguardo importante.”
Anche Marzilli ha voluto rimarcare il valore dei Pride di provincia: “Credo che sia ancora più importante partecipare a Pride come questo rispetto a quelli delle grandi città. Sono manifestazioni che danno grande visibilità alla causa e che spesso nascono senza grandi sponsor o grandi risorse economiche. Qui i giovani possono sentirsi davvero rappresentati e trovare punti di riferimento concreti.” Cristian Coduto, presidente di Apple Pie, sottolinea come “La strada da percorrere è ancora lunga. Siamo stanchi di aspettare, chiediamo i nostri diritti ora. Siamo stanchi di tollerare offese, di pregiudizi e discriminazioni sul luogo di lavoro, vogliamo poterci sposare, avere una famiglia e adottare un figlio. Vogliamo che i docenti possano svolgere il loro ruolo di educatori sul tema del gender e della sessualità. Vogliamo che i Pride siano considerati un momento necessario di riflessione. Vogliamo che la storia della comunità LGBTQIA+ sia studiata e rispettata. Abbiamo voluto dedicare l’incontro a Mario Barretta poiché una persona resta viva quando non scompare il suo ricordo. Oggi siamo qui anche per lui”. Mentre Carmela Smaldone di Agedo pone l’accento sull’importanza del sostegno che arriva dalle famiglie “perché ciascuno deve essere libero di amare chi sceglie di amare”. In prima linea anche Pasquale Quaranta mentre Antonio De Padova di Apple Pie ricorda come “Il Pride è politica, nel senso più alto del termine: è partecipazione, visibilità, diritti e coraggio. E noi, ogni giorno, ci mettiamo la faccia. Al di là dei piccoli/grandi problemi tecnici che abbiamo dovuto affrontare, in particolare quelli legati al generatore e non dipendenti dalla nostra organizzazione, è stata una giornata memorabile. Abbiamo letto tante critiche, tantissime. Abbiamo letto anche molto odio. Chi sceglie di esporsi sa che questo fa parte del percorso e ogni osservazione sarà per noi uno stimolo a migliorare. Ma non bisogna dimenticare che l’ Irpinia Pride non nasce in un giorno: è il momento conclusivo di un lavoro che inizia già da fine novembre, fatto di incontri, confronti, organizzazione e impegno costante per mettere insieme realtà diverse e costruire qualcosa di bello per il territorio, senza nessun tipo di protagonismo. Siamo un piccolo Pride di provincia, in una realtà che a volte può essere ancora molto chiusa e diffidente. Nonostante questo, ogni anno cerchiamo di dare il massimo e di creare uno spazio accogliente, inclusivo e sicuro per tutte e tutti. Le tante famiglie presenti, i bambini e le bambine che hanno partecipato con entusiasmo e serenità, rappresentano il segno più bello che esista: la speranza concreta di un mondo migliore, più giusto e più umano”.


























