Arriva dalla scrittrice Donatella De Bartolomeis una lettera aperta sulla sanità che funziona:
“Fa più rumore un albero che cade di cento alberi che crescono” È un proverbio africano che, con parole semplici, racconta una verità profonda: ciò che si rompe, ciò che ferisce, ciò che scandalizza fa molto più rumore di ciò che, silenziosamente, ogni giorno cresce e funziona.
E forse è proprio per questo che sento il bisogno di raccontare ciò che mi è accaduto ieri. Ogni giorno, attraverso la televisione, i giornali e i social, leggiamo e ascoltiamo storie di malasanità, soprusi, negligenze, abusi, disumanità dentro gli ospedali. E non soltanto è giusto denunciarli: è necessario farlo, sempre, senza sconti, senza minimizzare, senza proteggere chi non merita di essere protetto.
Ma c’è un’altra cosa che dovremmo fare: raccontare anche tutto ciò che funziona, perché se raccontiamo soltanto gli alberi che cadono, prima o poi rischiamo di dimenticarci della foresta che cresce e finiamo per costruire dentro di noi una realtà deformata, alimentando quei bias che ci suggeriscono di stare lontani dai medici, dagli ospedali, dai reparti sanitari; che lì tutto funziona male, che nessuno ascolta, che nessuno si prende cura di noi, che inevitabilmente qualcosa andrà storto.
Ieri sono entrata in un reparto di Medicina Nucleare con paura. Avevo paura perché, per me, farmi iniettare nel corpo una sostanza estranea rappresenta una forma di violenza anche quando so razionalmente che è necessaria, che serve a fare una diagnosi, che è una procedura controllata e indispensabile, il mio corpo non sempre ascolta la ragione. E poi c’era l’incognita. Come avrebbe reagito il mio organismo? Cosa avrei sentito? Sarebbe andato tutto bene? Ero, insomma, più che timorosa.
E invece è accaduta una cosa che forse sembra piccola, ma che piccola non è affatto. Mi sono meravigliata. In quel reparto ho incontrato persone permeate, tutte, e dico tutte, da una serenità, una disponibilità e una calma che raramente mi capita di incontrare. Non una calma fredda o professionale nel senso più impersonale del termine ma una calma umana, quella che arriva prima ancora delle parole e che, senza fare grandi discorsi, ti dice: sei al sicuro, ci siamo noi.
E poi c’era lei. L’infermiera che mi ha somministrato il radiofarmaco, una persona che definirei, semplicemente, un’anima bella e rara. Aveva un sorriso dolce e luminoso ma la cosa che più mi ha colpita è che non c’era nulla di artefatto in quel sorriso. Non era il sorriso di chi “deve” essere gentile perché quello è il proprio lavoro. Era accoglienza, era presenza, era, semplicemente, la sua essenza. E mentre ero lì, in attesa di quella piccola iniezione che tanto mi spaventava, ho pensato a quanto spesso dimentichiamo di vedere le persone che stanno dall’altra parte.
Vediamo il medico quando qualcosa va storto, vediamo l’infermiera quando ci sembra o siamo stati trattati male, vediamo l’ospedale quando diventa il luogo di una tragedia. Ma chi vede le persone che ogni giorno entrano in quei reparti e incontrano la paura, la malattia, l’incertezza e la sofferenza degli altri? Chi vede l’infermiera che accompagna decine di pazienti, magari uno dopo l’altro, e trova ancora dentro di sé la capacità di regalare un sorriso autentico? Chi vede il medico che, dopo ore di lavoro, continua ad ascoltare? Chi vede gli operatori sanitari quando tornano a casa, chiudono la porta e portano con sé le storie, gli occhi, le paure e il dolore delle persone che hanno incontrato durante la giornata?
Non penso che siano eroi, penso che siano persone, persone che, come tutti noi, hanno le proprie fatiche, le proprie fragilità, le proprie piccole e grandi battaglie da combattere e proprio per questo trovo ancora più prezioso ciò che riescono a fare ogni giorno: continuare ad esserci, continuare ad accogliere, a prendersi cura, a sorridere.
Per questo oggi vorrei parlare di loro, delle tante persone che fanno bene il proprio lavoro senza finire sui giornali, di quelle che non fanno rumore, perché il bene, quasi sempre, è silenzioso, di quelle che attraversano quotidianamente la sofferenza umana e, nonostante tutto, riescono a non perdere la propria umanità.
A loro vorrei dire grazie, un grazie enorme, sincero, forse persino insufficiente.
Grazie per la competenza, certo, ma soprattutto grazie per quella parte invisibile del vostro lavoro che non compare nelle cartelle cliniche, nei referti o nelle statistiche: la capacità di far sentire una persona meno sola nel momento in cui è più spaventata.
E a voi vorrei dire anche un’altra cosa, non lasciatevi trascinare dal lasciarvi andare, non permettete che la fatica, la frustrazione, le difficoltà, le ingiustizie o la ripetizione quotidiana di gesti che per voi sono diventati routine vi facciano dimenticare quanto possano essere importanti per chi avete davanti. Quel sorriso che per voi dura un istante, per qualcuno può cambiare un’intera giornata, quel tono gentile può sciogliere una paura, quella pazienza in più può restituire dignità, quella mano ferma può far sentire meno terribile qualcosa che, per chi lo vive, terribile lo è davvero.
Siete preziosi e di persone come voi il mondo, non soltanto la sanità, ha immensamente bisogno. Continueremo, giustamente, a denunciare gli alberi che cadono ma impariamo anche ad alzare lo sguardo e a raccontare la foresta che cresce, perché ieri, in un reparto di Medicina Nucleare, io ne ho vista una e oggi sentivo il bisogno di dirlo.



